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Vocazione e vita dei certosini |
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tratto dal sito www.certosini.org |
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Questa pagina contiene gran parte del volume San Bruno e i certosini, pubblicato dalla Certosa di Serra San Bruno (2001). |
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LA VITA QUOTIDIANA IN CERTOSA
INIZIAZIONE ALLA VITA CERTOSINA
1. Struttura architettonica delle certose Tutte le certose che si sono costruite nel corso dei nove secoli di storia certosina hanno, generalmente, una medesima struttura fondamentale: per i padri, un raggruppamento di piccole casette chiamate «celle», discoste dall’appartamento dei fratelli, il cui ritmo di vita è alquanto differente e meno solitario di quello dei monaci del chiostro; e per i fratelli che, per il genere delle loro occupazioni, trascorrono molto del loro tempo al di fuori delle celle, un alloggio separato, con una o due stanze per ciascuno. Il centro della casa, dal punto di vista funzionale, è il grande chiostro: a Serra è un grande quadrilatero con oltre sessanta metri per lato. Il chiostro è generalmente aperto e sostenuto da colonne nei paesi caldi, chiuso con aperture di finestre nei paesi a clima freddo. La sua funzione principale è di consentire di recarsi, al riparo delle intemperie, nei luoghi di vita comune. Attorno al grande chiostro sono situate le celle dei
Padri, le cui porte s’affacciano, ad intervalli regolari, lungo i suoi
corridoi. Le casette o celle possono raggiungere un numero che va da un
minimo di dodici ad un massimo di trenta. Il chiostro si apre di solito agli
ambienti della vita comunitaria (chiesa, sala del capitolo, refettorio,
biblioteca, dispensa, cucina), e al suo interno trova posto il piccolo
cimitero della comunità. La clausura del monastero ha lo scopo di proteggere un luogo di solitudine e di silenzio perché l’ascolto del cuore possa affinarsi e purificarsi. Essa può disturbare la sensibilità di chi ne resta al di fuori, perché per comprenderla bisogna considerarla, in spirito, dal di dentro. All’interno della clausura del monastero troviamo poi, per ogni monaco, una nuova clausura, quella della sua cella, da cui il solitario non esce se non per le occasioni previste dalla regola. L’ultima clausura è quella del suo cuore, la sola che dà senso alle altre, che hanno appunto lo scopo di proteggerla. Al suo arrivo al deserto di Chartreuse, san Bruno aveva sei compagni; tutti cercavano la solitudine per applicarsi all’intimità con Dio nella vita contemplativa, ma tutti erano ugualmente decisi a rimanere insieme, riuniti attorno a Bruno. Così, fin dall’inizio, si trova delineata la formula così tipica della vita certosina: unione di solitari in una piccola comunità. Questa caratteristica specifica della certosa si è conservata attraverso i secoli e l’Ordine ha sempre avuto la convinzione che questo patrimonio viene da Dio. I certosini sono dei solitari riuniti come fratelli; la comunità che formano è relativamente piccola a ragione della loro stessa vocazione eremitica[1]; così si parla facilmente di «famiglia certosina». L’unità fra i monaci è prima di tutto ed essenzialmente di ordine spirituale: essi sono «riuniti dall’amore del Signore, dalla preghiera e dal desiderio ardente della solitudine»[2]. Più profondamente, questa unità è spirituale perché è opera dello Spirito Santo, che «raduna gli amanti della solitudine così da farne una comunione nell’amore»[3]. Tuttavia questa comunione fraterna si esprime anche in maniera visibile e concreta in momenti particolari, principalmente nella liturgia celebrata in comune, ma anche in occasione di incontri come gli spaziamenti e le ricreazioni; allora tutti hanno la gioia di ritrovarsi insieme. Questi incontri regolari permettono ai fratelli di conoscersi meglio e di meglio amarsi, al fine di aver tutti un solo cuore e un’anima sola. Tra i primi compagni di Bruno, quattro erano chierici e furono i primi padri; gli altri due erano laici e furono i primi fratelli, chiamati anche conversi. Tutti cercavano l’unione con Dio nella solitudine, ma secondo modalità diverse. La vocazione di converso, nata a metà del secolo XI tra gli eremiti, fu dapprima concepita come una forma di vita religiosa destinata a proteggere la solitudine di eremiti isolati in celle, ma senza che i fratelli fossero essi stessi solitari. Fu invece diverso all’origine della certosa, alla fine dello stesso secolo: i fratelli proteggevano sì la solitudine dei padri, ma la loro stessa solitudine era a sua volta protetta dal fatto che vivevano all’interno del «deserto». Per più secoli la loro abitazione fu separata da quella dei padri, ma oggi abitano nello stesso monastero. Ai conversi si è aggiunto con l’andar del tempo un altro gruppo, quello dei donati. All’inizio semplici operai aggregati al monastero e tenuti ad alcune preghiere, i donati diventarono in seguito dei monaci con l’abito e con una vita simile a quella dei conversi. Tuttavia non si vincolano con voti, ma, per amore di Cristo, «si donano» al monastero promettendo di servire Dio di tutto cuore. I donati hanno delle regole proprie, meno rigorose di quelle dei conversi, il che permette di adattarle alle necessità di ciascuno, nel rispetto della propria via personale. Per esempio, non sono tenuti a partecipare all’ufficio notturno. Le prime comunità certosine, «come un corpo le cui membra non hanno tutte la medesima funzione»[4], furono dunque formate dall’unione di due elementi distinti, ma complementari e inseparabili. La vita dei padri e quella dei fratelli sono nettamente differenti. I padri, o monaci del chiostro, vivono nel segreto della cella; essi sono sacerdoti o chiamati a diventarlo. I fratelli, o monaci laici, consacrano pure la loro vita al servizio del Signore nella solitudine, ma con una parte di lavoro manuale più importante di quella dei padri; essi si dedicano alle opere materiali indispensabili per permettere a tutti di vivere l’ideale contemplativo nel deserto; d’altra parte la solitudine dei fratelli è ben reale ma ha un carattere differente da quella più eremitica dei monaci del chiostro. Ciascuna delle due forme di vita risponde ad una chiamata particolare dello Spirito Santo e ad attitudini diverse, al punto che chi è adatto all’una non sempre lo è per l’altra. Tuttavia questi due generi di vita non costituiscono delle entità indipendenti, ma sono unite, poiché «padri e fratelli condividono la stessa vocazione»[5]; hanno in comune il medesimo ideale. Gli uni e gli altri, «conformi a Colui che non venne per essere servito ma per servire, manifestano in vario modo le ricchezze della vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine»[6]. Se si intende facilmente che i fratelli compiono un servizio riguardo ai padri, è altrettanto vero che questi sono al servizio dei fratelli. Nella famiglia certosina i diversi membri si sostengono a vicenda. «I padri dipendono dai fratelli per poter offrire al Signore una preghiera pura nella quiete e nella solitudine della cella»[7]; senza i fratelli, la vocazione dei padri non potrebbe mantenersi. Parimenti la vocazione solitaria dei fratelli, minacciata dall’inevitabile contatto con l’esterno, non potrebbe persistere a lungo se non si appoggiasse alla solitudine dei padri e alla loro assistenza spirituale. C’è dunque tra padri e fratelli uno scambio di servizi visibili e invisibili. Ai padri che rischierebbero di isolarsi in una torre d’avorio o di darsi a eccessive speculazioni, i fratelli rammentano il valore spirituale della semplice vita della casa di Nazaret. Ai fratelli che possono essere tentati di lasciarsi prendere troppo dall’azione, i padri ricordano il primario valore dell’amicizia in Cristo della casa di Betania, nel conservare sempre lo sguardo e l’ascolto fissi su di Lui. Ciascuno dei due gruppi assume dei compiti che l’altro non potrebbe intraprendere senza alterare la funzione che ha nell’insieme; ciascuno apporta alla certosa un carattere specifico essenziale, al punto che essa non potrebbe più essere se stessa se uno dei due venisse a mancare. Per questo la vita certosina non si definisce né partendo da quella dei padri né da quella dei fratelli; essa è costituita da questi due generi di vita riuniti. Questa interdipendenza nella diversità è, per gli uni e per gli altri, un potente stimolo a vivere nella mutua carità e nell’umiltà. D’altronde è questo l’invito che gli Statuti, facendo eco alle parole di S. Paolo, indirizzano ai monaci: «Gareggiando nello stimarsi a vicenda, padri e fratelli vivano nella carità che è il vincolo di perfezione, il fondamento e il culmine di ogni vita consacrata a Dio»[8]. Il padre certosino conduce una vita essenzialmente solitaria, giacché nei giorni ordinari non esce dalla cella che per recarsi in chiesa, e per tutto il resto del tempo è solo. Tuttavia questa vita solitaria non è una vita d’isolamento egoista che porterebbe facilmente ad uno spirito d’indipendenza che negherebbe la nozione stessa di vita monastica. Il certosino ha fatto solenne voto di obbedienza; tutta la sua vita, anche quando è solo, deve esserne segnata, perché, nella fede, è a Dio stesso che vuole sottomettersi quando si lascia umilmente guidare dagli Statuti e dalla parola del suo priore. «Ad esempio di Gesù Cristo che è venuto per fare la volontà del Padre e che, assumendo la condizione di servo, imparò l’obbedienza dalle cose che patì, il monaco con la professione si sottomette al priore, che rappresenta Dio, e si sforza di conseguire la misura che conviene alla piena maturità di Cristo»[9]. Il certosino non è un eremita puro. La vita strettamente eremitica, piena di difficoltà e di pericoli, non può essere che di un numero di anime molto ristretto. San Bruno ha saputo inventare un modo di vita che usufruisce dei vantaggi della vita eremitica e non ne teme i pericoli, grazie ad una saggia fusione degli elementi essenziali della vita eremitica e di quella cenobitica. Sant’Ugo si è sentito attratto all’Ordine certosino da questa vita saggiamente composta di solitudine e vita fraterna: «Ugo era affascinato dal quadro di vita offerto in Certosa per attendere a Dio solo: come ausilio potente a questa divina attività c’era una gran ricchezza di libri, abbinata a copiosa possibilità di lettura e all’indisturbata quiete per l’orazione. Ma più che la disposizione del monastero, attiravano i monaci: il loro corpo austero, la mente serena, il cuore libero, la letizia del volto e la purezza del dire. La regola invitava i monaci alla solitudine, ma non all’eccentricità; le celle erano separate, i cuori uniti. Ognuno abitava da solo, senza possedere nulla in proprio e nulla facendo per spirito d’indipendenza. Pur restando in solitudine, tutti costituivano una comunità: vivendo da solitario, ogni monaco non inciampava negli svantaggi del contesto sociale, benché una certa vita comune gli garantisse il conforto dei fratelli. Questi e altri aspetti piacevano a Ugo, ma soprattutto egli apprezzava il sicuro baluardo dell’obbedienza (senza di cui molti eremiti sono lasciati a se stessi, esposti a eccessivi pericoli); perciò quella vita lo seduceva, anzi lo estasiava»[10]. Durante la settimana i padri si radunano tre volte al giorno in chiesa: per il Mattutino, per la messa conventuale e per i Vespri (come si dirà più avanti). Le domeniche, e i giorni di festa di una certa importanza, cantano in coro tutto l’ufficio (eccetto Prima e Compieta), prendono il pasto di mezzogiorno in refettorio e hanno una ricreazione nel pomeriggio, tra Nona e Vespri. Infine escono in spaziamento una volta la settimana. Le cerimonie osservate in refettorio sono molto antiche: sono già registrate negli Statuti del 1271. In refettorio non si parla mai. Durante il pasto un monaco fa una lettura dal pulpito. Si legge soprattutto la Sacra Scrittura, continuando così la lettura fatta nell’ufficio di notte in chiesa. Si leggono anche gli Statuti, opere relative alla festa del giorno, o altre letture utili alla vita spirituale, a giudizio del priore. La passeggiata settimanale, durante la quale si può parlare liberamente, si chiama per tradizione spaziamento. Ha luogo il primo giorno libero della settimana, normalmente il lunedì, se il tempo lo permette e se nessuna festa importante lo impedisce. Dura tre o quattro ore. Si cammina abitualmente a due a due, per permettere un colloquio più personale. Di tanto in tanto ci si ferma per cambiare i gruppi. La Carta del Capitolo generale del 1261 menziona espressamente lo spaziamento e un passo degli Antiqua Statuta[11] ci informa che c’erano degli spaziamenti già a quell’epoca. San Bruno stesso, descrivendo al suo amico Rodolfo il Verde la nostra regione, scriveva: «Chi descriverà in modo consono l’aspetto delle colline che dolcemente si vanno innalzando da tutte le parti, il recesso delle ombrose valli, con la piacevole ricchezza di fiumi, di ruscelli e di sorgenti? … l’animo, troppo debole, affaticato da una disciplina troppo rigida e dalle applicazioni spirituali, molto spesso con queste cose si risolleva e respira. Se, infatti, l’arco è continuamente teso, si allenta e diviene meno atto al suo compito»[12]. Il padre riceve il pasto attraverso un piccolo sportello posto a fianco della porta. Può anche richiedere ciò di cui ha bisogno ponendovi un biglietto con il riferimento della sua cella e presto vi troverà quanto ha chiesto. Sembra, dice un autore certosino, che il corvo, che un tempo portò ogni giorno un pane a San Paolo eremita per comando di Dio, venga ancora oggi al nostro sportello per compiere la stessa funzione. Due stanze compongono l’abitazione propriamente detta. Nella prima vi è una statua della Santa Vergine, davanti alla quale il monaco recita una Ave Maria quando entra in cella; da ciò è derivato il nome di Ave Maria data a questa stanza. La stanza principale della cella, o cubiculum, è dove si abita di preferenza. Contiene l’oratorio, formato da uno stallo e da un inginocchiatoio, dove il monaco recita parte dei suoi uffici, seguendo le stesse cerimonie prescritte in chiesa. Al suono della campana il monastero diventa una grande chiesa: i monaci sono ai loro stalli e, benché separati, innalzano contemporaneamente verso il cielo le loro lodi e le loro preghiere. Sull’oratorio i solitari pongono un crocifisso e immagini della Vergine e dei loro santi preferiti. Vicino all’oratorio c’è un letto semplice a mo’ di armadio, come i letti chiusi di una volta. Inserito nel vano della finestra c’è un tavolino a forma di piccola credenza dove i padri prendono i pasti. Per il freddo invernale c’è una stufa a legna. L’abitatore della cella provvede personalmente a tagliare i tronchi appositamente fornitigli nella lunghezza di circa due metri. La giornata del monaco è sempre uguale per tutto l’anno. Questa uniformità può sembrare austera, ma libera l’anima da molte preoccupazioni per permetterle di meglio fissarsi sull’essenziale. Il monaco impara così a vivere al ritmo lento delle stagioni e dei tempi liturgici.
Questo orario non deve ingannare: la sua rigidità è solo apparente. All’interno di questo quadro la vita del certosino può assumere stili assai differenti. Così, per esempio, non vi è indicato l’orario della messa che ogni sacerdote celebra in solitudine, benché sia un momento forte della giornata. In realtà è possibile celebrarla sia prima sia dopo la messa conventuale, o anche dopo i Vespri. La stessa varietà si riscontra in diversi ambiti: chi fa orazione o lectio divina la sera, chi al mattino, secondo il momento che per lui è più favorevole alla preghiera. Uno dedica più tempo al lavoro intellettuale che a quello manuale, un altro fa il contrario. Con l’approvazione del priore altri particolari possono essere variati nell’orario quotidiano. Anche la vita interiore offre una grande varietà; per questo non si può parlare di «spiritualità certosina». Ci sono più differenze nelle anime che nei volti, e Dio non parla a tutti nello stesso modo. La libertà della vita solitaria permette a ciascuno di modellare la sua relazione con Dio secondo quanto gli suggerisce un attento ascolto dello Spirito. In tutti questi settori, tuttavia, l’obbedienza deve restare la guida del solitario, se non vuole correre il rischio di smarrirsi diventando schiavo del suo amor proprio. Detto questo, si può ugualmente dare qualche precisazione sulle principali attività della cella, specialmente sullo studio e sul lavoro manuale. Nell’Ordine lo studio è sempre stato stimato, senza tuttavia essere l’occupazione prima del certosino. Il Capitolo Generale ha dato a questo riguardo eccellenti direttive raccomandando gli studi convenienti alla vocazione certosina: Sacra Scrittura, teologia, spiritualità. Il monaco, dice il Capitolo, deve amare la teologia, applicarsi allo studio delle scienze sacre, per poter più facilmente tendere alla contemplazione. Si attingerà dunque alle sorgenti d’acqua viva una scienza che non sia orgogliosa, che eviti la ricerca, si guardi dalle novità e dall’ipercritica, e conservi la semplicità[13]. Bisogna studiare, dicono gli Statuti, «non per smania di imparare o di pubblicare libri, ma perché la lettura, sapientemente regolata, dà una formazione più solida all’anima ed offre il fondamento alla contemplazione delle realtà celesti. Infatti, sbagliano coloro che credono di potersi facilmente innalzare ad un’intima unione con Dio se hanno trascurato in antecedenza lo studio della sua Parola o se l’hanno abbandonato in seguito. Perciò, più attenti alla sostanza del pensiero che alla spuma delle parole, dobbiamo scrutare i divini misteri con quel desiderio di conoscere che nasce dall’amore e l’amore accende»[14]. Dionigi il certosino scriveva negli ultimi anni della sua vita: «Di tutto cuore ringrazio Dio di essere entrato così giovane in religione, a ventun’anni. E ora, per grazia di Dio, ho passato quarantasei anni nell’Ordine. In tutto questo tempo mi sono applicato assiduamente allo studio. Non ho coscienza di aver studiato per vanità, o per un fine meschino come il desiderio di fama o di vantaggio personale; ma al contrario perché, lavorando ogni giorno sulle Sacre Scritture, potessi vivere secondo il loro insegnamento e giungere alla vera umiltà, alla dolcezza, alla pazienza di cui ho tanto bisogno»[15]. Il lavoro manuale procura al padre la distensione fisica necessaria alla salute e lo rende più idoneo ai suoi doveri spirituali. È anche una maniera per partecipare umilmente alla condizione umana, proprio come Cristo che ha lavorato a Nazaret sotto lo sguardo del Padre per lunghi anni. Come lui, il certosino si sforza di non interrompere la preghiera quando lavora e di «ricorrere sempre almeno a brevi orazioni giaculatorie. Talvolta può anche accadere che il peso del lavoro si debba porre come un’ancora all’agitarsi dei pensieri, così che il cuore può rimanere continuamente fisso in Dio, senza che la mente si stanchi»[16]. I monaci lavorano solitari nella cella. Il loro lavoro, che deve essere veramente utile, può consistere in occupazioni molto diverse. Per tutti, tenere in ordine la cella e il giardino, e tagliare la legna per l’inverno. Per i padri che hanno una mansione (sacrista, archivista, bibliotecario), il lavoro che gli compete. Infine, secondo le capacità di ciascuno, diversi lavori di artigianato: rilegatura, falegnameria, scultura in legno, smalti, miniature, pittura d’icone, orologeria e riparazione varie, ecc… Se il monaco del chiostro ricerca la solitudine della cella, è solo per cercarvi Dio. La cella è per lui il porto sicuro dove regnano la pace, il silenzio e la gioia, dove «più ardentemente cerchiamo Dio stesso nel nostro uomo interiore, più prontamente lo troviamo e più perfettamente lo possediamo. Così potremo pervenire, con la grazia del Signore, alla perfezione della carità, che è il fine della nostra vocazione e di tutta la vita monastica»[17]. E questo non si realizza da un giorno all’altro, ma in una lotta continua e a volte dura contro le tendenze opposte. «Conviene perciò che l’abitatore della cella badi con diligente sollecitudine di non inventare o accettare occasioni di uscirne, eccettuate quelle che sono generalmente stabilite, ma piuttosto stimi la cella così necessaria alla sua salvezza e alla sua vita come l’acqua ai pesci e l’ovile alle pecore. … Quanto più a lungo dimorerà in cella, tanto più lo farà volentieri, purché tuttavia sappia occuparvisi con ordine e utilmente a leggere, scrivere, salmodiare, pregare, meditare, contemplare e lavorare. Abbia frattanto familiare quel tranquillo ascolto del cuore che lascia entrare Dio da tutte le porte e da tutte le vie»[18]. Se diversi sono i compiti ai quali il solitario si dedica nella sua cella durante la giornata, vigila perché tutto concorra alla contemplazione di Dio, stando sempre attento alla sua presenza. Tutta la sua esistenza si trasforma allora in una sola preghiera continua. La grazia dello Spirito Santo introduce il monaco nelle profondità del suo cuore, e questo suo intimo sacrario diviene come un altare vivente da cui si eleva incessantemente una preghiera pura. I fratelli, come i padri, sono chiamati a cercare Dio nella solitudine e nel silenzio, ma la loro vita è meno rinchiusa nell’interno di una cella. Per assicurare i differenti compiti pratici che sono necessari per il buon andamento del monastero, lavorano in diverse zone della casa. Questi posti di lavoro sono chiamati obbedienze. La giornata del fratello comincia in cella, luogo privilegiato della sua occupazione principale: la quiete e il godimento di Dio nella solitudine. Il fratello resta in cella da quando si alza sino alla messa comunitaria; resta in pace nella sola stanza che gli serve da soggiorno e da oratorio. Situata nel corpo dell’edificio, fuori dalla zona del chiostro, in genere non ha altre stanze né giardino. Là, il fratello si occupa fruttuosamente a leggere o meditare, e dedica tutto il tempo che gli è possibile alla preghiera, per conoscere sempre meglio e incontrare Gesù. Recita anche l’ufficio divino cui è tenuto. All’ora della messa incontra in chiesa tutti i membri della comunità, monaci del chiostro, conversi e donati. Offre al Padre il sacrificio di lode, dilata il suo cuore e attinge alla sorgente la vita di Gesù glorificato, che gli dona le forze necessarie per condurre la sua vita monastica. Il fratello può partecipare attivamente alla celebrazione svolgendo alcune funzioni liturgiche o impegnandosi nel canto; può anche prendervi parte con una preghiera libera e silenziosa. Tornato in cella, il fratello recita l’ufficio previsto per quell'ora. Può scegliere sia di seguire i salmi proposti dai libri liturgici, sia di limitarsi più semplicemente ad un certo numero di «Padre Nostro» e di «Ave Maria». Il resto del mattino lo consacra al lavoro. I compiti sono molteplici e ogni fratello deve spesso passare da un’attività ad un’altra nel corso della stessa giornata. Ci sono prima di tutto i lavori domestici: cucina, lavanderia, sartoria, pulizia, ecc. Il fratello lavora sia all’interno sia all’esterno dell’edificio, ma sempre nei limiti della clausura, salvo rare eccezioni; il più possibile lavora da solo. Un buon equilibrio umano e il senso di responsabilità che il lavoro aiuta a mantenere sono il fondamento sul quale può innalzarsi una autentica relazione soprannaturale con Dio. Con il cuore illuminato dalla fede, il fratello tende a dedicarsi ai diversi compiti che deve assolvere in spirito di obbedienza, sull’esempio di Cristo fedele alla volontà del Padre. Trasforma così le sue diverse attività in una fonte di intima unione con Gesù. Questa comunione può essere continuamente approfondita e rinnovata in relazione ai diversi lavori da fare: alcuni portano del tutto naturalmente a glorificare il Padre nelle opere della creazione; i lavori più pesanti e faticosi invitano piuttosto a partecipare all’opera della redenzione. Eseguendo i suoi compiti come un servizio, nell’oblio di sé, il fratello si lascia modellare secondo l’immagine di Cristo venuto per servire e non per essere servito. Per il fratello certosino, lavorare in unione a Gesù nella sua vita povera e nascosta di Nazaret è un’opera contemplativa. L’impiego del corpo e delle mani diventa facilmente, per chi ne ha la grazia, come un’ancora che permette al cuore di fissarsi in Dio e di rimanere nel suo amore. Può anche facilitare una preghiera assolutamente semplice, un dialogo familiare quasi incessante con l’Ospite interiore. Le inevitabili preoccupazioni e difficoltà che il fratello incontra nell’assicurare il buon andamento della sua obbedienza lo mantengono in una disposizione di confidente dipendenza verso il Padre e lo invitano spesso ad una umile preghiera di domanda. Così il lavoro diventa di per sé una preghiera dai vari aspetti, che prolunga e insieme prepara i momenti più specificatamente consacrati alla lode liturgica o al silenzio interiore nella cella. Bisogna tuttavia aggiungere che il lavoro, per sua natura, rischia di essere causa di dissipazione. Tanto più che il fratello, fuori di cella, vede la sua solitudine esteriore meno protetta di quella del monaco del chiostro. Per questo deve vigilare con cura per mantenere il silenzio. Astenendosi da parole inutili, rinvigorisce la sua solitudine e favorisce il raccoglimento, il che contribuisce ad un lavoro regolare e calmo, in continuità con la calma più profonda della cella. Così, durante i lavori domestici, spesso assorbenti, «egli si applichi con tutto il cuore, sostenuto dalla grazia della vocazione, ad avere sempre Dio presente nello spirito»[19]. A mezzogiorno, ritorno in cella L’Angelus di mezzogiorno segna la fine della mattinata. Dopo aver preso il portavivande con il suo pranzo, il fratello ritorna in cella come ad un porto tranquillo e sicuro. Si ristora e dice l’ufficio divino. Si dedica alla cella, perseverando nella preghiera. Giacché il fratello non deve crearsi o accettare occasioni per uscire, oltre quelle previste dalla regola o volute dall’obbedienza. La natura, infatti, desiderosa di distrazioni, cerca talvolta qualche lavoro più piacevole che permetta di evadere dal silenzio, dalla solitudine e dal riposo contemplativo. All’inizio del pomeriggio il fratello torna al lavoro, spesso diverso da quello del mattino, soprattutto in estate. A poco a poco, con l’aiuto della perseveranza, riesce sempre meglio a fare del lavoro una vera preghiera. Impara che l’unione della sua volontà al Padre nel lavoro si attinge nella contemplazione solitaria. Se resta fedele a quei momenti d’intimità più profonda con il Padre, come faceva Cristo stesso durante il suo ministero, si opera gradatamente in lui una semplificazione, nel senso di una più grande unione tra la vita di cella e quella di lavoro. La sua relazione filiale con il Padre si approfondisce e gli permette di provare qualcosa della gioia e della sovrana libertà dei figli di Dio. Alla fine del pomeriggio il fratello rientra nuovamente in cella. Chiusa la porta, si sforza di lasciar fuori ogni pensiero e preoccupazione, per rendersi tutto disponibile a Dio solo, nel riposo e nella pace del cuore. Dopo la celebrazione dei Vespri in coro, può prendere un pasto leggero, tranne in Avvento e in Quaresima. Dopo aver recitato l’ultimo ufficio della giornata, si corica senza tardare troppo per essere ben disposto alla levata notturna. A mezzanotte il fratello si alza per partecipare all’ufficio di mattutino. Durante questa veglia, la sua preghiera, approfittando della calma e dell’oscurità, sviluppa al massimo la sua dimensione contemplativa. Queste lunghe ore di preghiera notturna possono diventare un momento privilegiato di intimità con il Signore. Secondo le circostanze partecipa o no alle Lodi, poi ritorna in cella e si corica. Si alza una seconda volta qualche ora più tardi. Approfittando della tranquillità del mattino, s’impregna, dal far del giorno, di quella calma che avvilupperà tutta la sua giornata. La domenica e le solennità i fratelli stanno maggiormente in cella. Sono anche per loro momenti forti della vita comunitaria: partecipano con i padri a tutti gli uffici in chiesa, al pranzo in refettorio e alla ricreazione comune. Infine, ogni mese hanno uno spaziamento. In queste occasioni di incontro, come nelle relazioni quotidiane o nei rapporti di lavoro, la fraternità fiorisce ed emana il profumo della carità. Essa è veramente per ciascuno la pietra di paragone della sua unione con Dio e della sua capacità di accoglienza nei confronti dei suoi compagni di vita. Così l’amore di Dio e del prossimo tende ad illuminare dall’interno tutta la vita del fratello. Nella certosa, i fratelli formano un gruppo molto unito attorno ad un monaco chiamato procuratore. Infatti, fin dall’origine dell’Ordine, uno dei monaci è specificatamente incaricato dei fratelli: assegna loro il lavoro secondo le necessità della casa e le attitudini personali; esercita la sua autorità in spirito di servizio, in modo da manifestare a quelli che dipendono da lui l’amore con cui Dio li ama. Il procuratore può essere sia un padre sia un fratello converso. Il procuratore ha pure il compito dell’amministrazione temporale del monastero, con l’inevitabile conseguenza di contatti con l’esterno; tuttavia, appena può, torna continuamente alla sua cella come ad un porto tranquillo e sicuro. Pone anche attenzione a non diffondere nella casa i rumori del mondo, poiché il suo compito ha appunto lo scopo di permettere ai monaci di tendere liberamente al riposo della contemplazione. S. Bruno nutrì un grande affetto per i primi fratelli. Nella lettera che scrisse qui verso la fine della sua vita, una pagina intera è direttamente indirizzata ai conversi, per felicitarsi della loro obbedienza, della loro carità e del loro spirito di preghiera: «Di voi, miei dilettissimi fratelli laici, dico: L’anima mia magnifica il Signore, poiché contemplo la magnificenza della sua misericordia su di voi, secondo quanto mi riferisce il vostro priore e padre amantissimo, che è molto fiero e contento di voi. Gioisco anch’io poiché, sebbene non abbiate la scienza delle lettere, il Dio, che è potente, col suo stesso dito incide, nei vostri cuori, non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua legge santa. Con le opere infatti mostrate che cosa amate e che cosa conoscete. Giacché praticate con tutta l’attenzione e con tutto lo zelo possibile la vera ubbidienza – che consiste nel compimento dei precetti di Dio, che è la chiave e il sigillo di ogni disciplina spirituale, che non può mai esistere senza una grande umiltà ed una pazienza non comune, a cui sempre si accompagna il casto amore del Signore e la vera carità – è evidente che voi sapientemente raccogliete il frutto soavissimo e vitale della Scrittura divina»[20]. Benché scritte in un contesto culturale differente, queste righe sono portatrici di un ideale sempre attuale. Esse indicano ai fratelli certosini di oggi come a quelli di ieri il cammino sicuro che, anche se spesso è lungo e tortuoso, li conduce a Dio. Ogni certosa è diretta da un priore; non ci sono mai stati abati alla direzione dei monasteri dell’Ordine. Il primo priore, S. Bruno, fu un uomo dal cuore pieno di bontà. La lettera che scrisse ai suoi figli di Certosa è tutta piena di affetto e di delicate premure per i suoi[21]; e i suoi figli di Calabria hanno detto, dopo la sua morte, che Bruno aveva per loro «il vigore di un padre e la tenerezza di una madre»[22]. Come degno successore di Bruno, il priore di ogni certosa deve essere per «tutti i suoi figli, monaci del chiostro e fratelli, come segno dell’amore del Padre celeste, e unirli in Cristo in modo tale che formino un’unica famiglia e ognuna delle nostre case, secondo l’espressione di Guigo, sia veramente una chiesa certosina»[23]. La carica di priore non è in alcun modo una dignità che conferisca una condizione di superiorità all’interno della comunità. Si tratta di un’autorità che è prima di tutto e principalmente un servizio. «Il priore, ad esempio di Cristo, sta in mezzo ai suoi fratelli come colui che serve»[24]. Guigo, quinto priore di Certosa, ha definito il suo ruolo in poche frasi che valgono tutto un programma: «Non devi cercare che i tuoi figli, al cui servizio il Signore ti ha assegnato, facciano ciò che vuoi tu, ma ciò che a loro giova. Devi piegare te al loro vantaggio, non piegare essi alla tua volontà, dato che ti sono stati affidati non per essere loro a capo, ma per loro giovamento»[25]. Esteriormente il priore non ha alcun segno di distinzione che lo possa far riconoscere come superiore. Egli è in tutto uguale agli altri. Il priore guida i suoi fratelli con la parola e più ancora con l’esempio, mettendo per primo in pratica ciò che insegna. Malgrado le preoccupazioni e gli impegni della sua carica, si dedica con pienezza alla preghiera, al silenzio e alla vita di cella, così da meritare la confidenza dei suoi fratelli e realizzare con loro una vera comunione d’amore. Da parte loro, i monaci vedono nel priore il rappresentante di Cristo; per questo accolgono i suoi insegnamenti in spirito di obbedienza e di umiltà. Gli Statuti non esitano ad auspicare che i priori «non osino proferire parole che Cristo non avrebbe detto al loro posto»[26]. Prima di prendere una decisione importante o di decidere una questione che riguarda tutta la comunità, il priore consulta tutti i monaci o i suoi più prossimi consiglieri; insieme si mettono in ascolto dello Spirito Santo nella comune ricerca della volontà di Dio. Ognuno è allora felice di cooperare, secondo il proprio ruolo, alla vita della famiglia certosina e, parimenti, all’edificazione del Corpo di Cristo. L’autorità del priore non è assoluta perché deve, egli per primo, osservare gli Statuti dell’Ordine. Inoltre è responsabile di ogni suo atto di fronte al Capitolo Generale, che lo può ammonire o anche deporre. In più è soggetto alle direttive dei visitatori che ogni due anni fanno la visita canonica della casa. Ogni priore è assistito nella sua carica da un vicario, che occupa sempre in comunità il posto alla destra del priore, essendo la seconda persona della casa. Oggi il vicario è incaricato soprattutto dei monaci del chiostro. Con l’esempio e con la parola li mantiene nell’osservanza fedele e in una santa pace. Deve avere per ciascuno una sollecitudine materna, principalmente per quelli che sono provati da malattie o da difficoltà. Nella vita del certosino la liturgia occupa un posto preponderante, non solo relativamente al tempo consacrato ogni giorno alla preghiera liturgica, ma più ancora in ragione del valore e della dignità di tale preghiera. Quando Guigo, all’inizio dell’Ordine, compilò le Consuetudini, cominciò con la descrizione dell’ufficio divino, poiché stimava che fosse la parte più degna[27]. I. La celebrazione quotidiana della liturgia La celebrazione del sacrificio eucaristico è il centro e il culmine della vita della comunità: ogni giorno i monaci si riuniscono per celebrare la Pasqua del Signore; allora, in Cristo, si realizza tra di loro la più stretta comunione, mentre si compie l’opera della redenzione del mondo e s’innalza a Dio lode e azione di grazie a nome di tutta la Chiesa. L’Eucaristia viene concelebrata solo nei giorni in cui la vita certosina riveste un carattere comunitario: domeniche, grandi feste, avvenimenti importanti della vita conventuale. Gli altri giorni, la messa è celebrata secondo l’antica usanza, in conformità con il carattere eremitico della vita certosina: c’è un solo celebrante all’altare e la preghiera eucaristica è pronunziata a bassa voce. La comunità partecipa con il canto, la preghiera interiore e la comunione; tutti in cerchio attorno all’altare ricevono il Corpo di Cristo dalla divisione di una sola ostia e il suo Sangue, sorgente di vita, dal medesimo calice. L’Eucaristia è, per così dire, la manna di cui il certosino si nutre quotidianamente per sostenere il suo cammino nel deserto. In un altro momento della giornata ogni monaco sacerdote celebra l’Eucaristia in una cappella eremitica «cioè in piena solitudine, dove l’animo del monaco, fissato nel mistero di Amore, è investito più intensamente dallo Spirito d’amore e di luce»[28]. Un altro momento forte della giornata liturgica è l’ufficio celebrato in chiesa nel cuore della notte: per due o tre ore, secondo i giorni, si alternano il canto dei salmi e la lettura della sacra Scrittura o dei Padri della Chiesa, momenti di silenzio e preghiere d’intercessione. I certosini amano particolarmente questo lungo ufficio notturno; ciascuno, unito ai suoi fratelli, ma tuttavia in maniera personale, può vivere un’intensa e profonda comunione con Dio. La più antica tradizione monastica riconosce in effetti che la pace ed il raccoglimento della notte favoriscono assai la contemplazione e l’incontro con Dio. Per certi passi dell’ufficio i monaci spengono le luci e cantano a memoria nell’oscurità[29]. I certosini sono come quegli uomini del Vangelo che attendono con perseveranza il ritorno del loro Padrone per aprirgli subito appena arriva e bussa[30]. I rari ospiti che, in casi eccezionali, assistono all’ufficio notturno, ne percepiscono facilmente la caratteristica contemplativa. Ecco come uno di loro ha descritto le sue impressioni: «Non dimenticherò mai la visione che ebbi dalla tribuna: in una cappella immersa nell’ombra, che solo le tre lampade del santuario rischiaravano, scivolavano delle ombre: sono i religiosi che raggiungono il loro posto; al segnale del presidente tutti s’inchinano profondamente e pregano un momento in silenzio; ad un nuovo segnale si drizzano e si voltano verso l’altare, fanno il segno di croce, dopo di che s’innalza la voce del sacerdote di settimana alla quale tutti rispondono; le lanterne si scoprono, proiettando sui libri la loro pallida luce, e i cori di destra e di sinistra si alternano nel cantare gli inni, i salmi e le antifone dell’ufficio: esecuzione lenta e grave, intercalata da minuti di totale silenzio, in cui ogni voce tace e ogni luce si spegne o si nasconde; canto d’una austera semplicità… in cui si esprimono, nel disprezzo di ogni vana ricerca, la soavità dell’anima, l’umiltà dell’atteggiamento interiore, la calma e la pace del cuore»[31]. Altre parti dell’ufficio divino Verso la fine della giornata i monaci si ritrovano in chiesa per celebrare i Vespri: dopo le diverse attività che hanno occupato i solitari durante tutto il giorno, questa liturgia della sera invita a riferire ogni cosa al Signore dell’universo, nella speranza del giorno senza declino in cui Dio sarà tutto in tutti. Come gli altri uffici comuni, i Vespri sono sempre interamente cantati. Le altre parti dell’ufficio divino sono celebrate da ciascun monaco nella sua cella, tranne le domeniche e certi giorni di festa in cui sono cantate anch’esse in chiesa. Però, anche in solitudine, la liturgia è un atto comunitario, perché tutti pregano contemporaneamente quando il suono della campana dà il segnale: allora da tutte le celle del monastero si eleva una sola lode a gloria di Dio. Questa convergenza delle preghiere individuali manifesta quanto la solitudine dei certosini sia una comunione: in cella i monaci non sono isolati, ma realmente uniti ai fratelli come le membra di un medesimo corpo. Oltre all’ufficio divino, i certosini recitano ogni giorno in cella l’ufficio della Vergine Maria, testimonianza del loro affetto per colei che veglia come una madre sulla loro vita solitaria. L’Ordine certosino ha sempre avuto una grande devozione per la santa Madre di Dio. Tutti i monasteri sono primariamente dedicati a Lei[32]. È nel secolo XI che si è diffusa presso i monaci la pratica di aggiungere all’ufficio canonico la recita dell’ufficio della santa Vergine. Due dei primi compagni di Bruno, Stefano di Bourg e Stefano di Die, che erano stati canonici di Saint-Ruf, avevano conosciuto nel loro Ordine questo ufficio, che era di regola quotidiana. Molto probabilmente furono loro a introdurre quest’uso in certosa; la prima legislazione certosina ne fa menzione[33], e prestissimo divenne obbligatorio. Quasi tutti i giorni un sacerdote del monastero celebra una messa in onore di Maria, e tutti i sabati, se non ricorre una festa, la messa conventuale è una messa della Santa Vergine. Una volta alla settimana i monaci recitano in cella un ufficio speciale in suffragio dei defunti; intercedono presso Dio perché accolga nel suo Regno eterno tutti quelli che hanno lasciato questa vita. II. Le caratteristiche della liturgia certosina Fin dal loro arrivo nella Gran Certosa, san Bruno e i suoi compagni si formarono una particolare liturgia adatta alla loro vocazione eremitica. Come dice il papa Paolo VI nella sua lettera indirizzata al Reverendo Padre nel 1971, «la Sede Apostolica non ignora che la liturgia dei monaci solitari dev’essere adattata al loro genere di vita, dev’essere tale cioè che in essa abbiano prevalenza il culto interiore e la meditazione del mistero, che si nutre d’una fede viva»[34]. In seguito al Concilio Vaticano II, i certosini hanno introdotto alcune modifiche nella loro liturgia, ispirandosi ai cambiamenti realizzati nella liturgia romana; hanno tuttavia conservato il loro rito proprio, distinto da quello romano. Tra le particolarità che si tramandano da secoli e che sono state conservate, si può citare il rito dell’offertorio, la grande prostrazione dopo la consacrazione e l’assenza della benedizione a fine messa. Del resto le celebrazioni liturgiche in certosa non hanno fini pastorali. Ciò spiega perché le persone estranee all’Ordine non sono generalmente ammesse a partecipare agli uffici o alla messa celebrati nella chiesa del monastero. Tuttavia questa separazione dal mondo non significa affatto che i certosini ignorino o rigettino il mondo; al contrario, è nel cuore del loro deserto che sono realmente nel cuore del mondo, vale a dire vicini ad ogni uomo chiunque e dovunque sia. Quando i monaci celebrano la liturgia, sia in chiesa sia in cella, è la preghiera della Chiesa universale che si esprime attraverso le loro labbra. Essi sono veramente la voce ed il cuore della Chiesa, che tramite loro innalza successivamente verso Dio adorazione, lodi, suppliche e umili richieste di perdono[35]. In confronto alla liturgia romana, il rito certosino si distingue per semplicità e sobrietà della prassi esteriore. Così alla messa conventuale (non concelebrata) il sacerdote è solo nel santuario e, mentre dice a bassa voce la preghiera eucaristica, la comunità osserva un sacro silenzio perché ognuno possa associarsi nel più intimo della propria anima al sacrificio celebrato sull’altare. Durante questa grande preghiera sacerdotale il celebrante tiene le braccia in croce per identificarsi a Cristo che, sulla croce, si è offerto per la salvezza del mondo. La sobrietà della liturgia certosina è una forma di spogliamento richiesta dalla vita nel deserto, poiché «il deserto ama ciò che è nudo»[36]. La semplicità favorisce anche l’intima unione dell’anima con Dio, al di là delle espressioni visibili e sensibili. I numerosi momenti di silenzio che inframmezzano lo svolgimento della messa o dell’ufficio notturno sono condizione e insieme espressione della preghiera interiore che accompagna quella vocale. La liturgia dei certosini, più di ogni altra, è eminentemente contemplativa. Senza dubbio questa semplicità appare al meglio nell’esecuzione del canto liturgico. Il canto certosino non è fondamentalmente differente dal canto piano gregoriano, ma si distingue soprattutto per la sobrietà ed una austera semplicità. Già Guigo, il quinto priore di Certosa, riconosceva che «le esigenze della vita eremitica non permettono di dedicare molto tempo allo studio del canto»[37]. Così, fin dall’origine dell’Ordine, il repertorio certosino ignora sequenze, tropari e altre composizioni troppo difficili da eseguire; nei libri liturgici certosini, negli antichi manoscritti come nei testi stampati ai nostri giorni, non si trova alcun neuma ornamentale. Sicuramente ai tempi dei primi certosini le esecuzioni corali furono di un valore artistico molto modesto. Lo si comprende facilmente dal numero ridotto dei monaci (tredici al massimo per ciascuna comunità), dall’austerità della loro vita (tra le altre cose, tre astinenze a pane e acqua ogni settimana) e dalle condizioni climatiche di certe case, in particolare della Gran Certosa. Del resto i certosini, consci delle esigenze della loro vocazione contemplativa solitaria, non hanno mai ricercato un’esecuzione troppo raffinata del loro canto liturgico. Gli Statuti certosini non permettono alcuno strumento musicale e prescrivono che nell’esecuzione del canto non si manchi di semplicità: «Nel canto si osservino semplicità e misura così che esso spiri gravità e non si perda il fervore; dobbiamo infatti cantare e salmodiare al Signore col cuore e con la voce. E tanto meglio salmodieremo quanto più ci saremo imbevuti dello spirito con il quale salmi e cantici sono stati scritti…cantando al cospetto della Santissima Trinità e dei santi Angeli, animati dal timore di Dio e da un intimo desiderio di lui, affinché attraverso quel che cantiamo il nostro animo sia portato alla contemplazione delle realtà increate, giubilando a Dio, nostro creatore, con voce armoniosa»[38]. Gli estranei hanno sempre dimostrato di apprezzare questo canto grave e spoglio, perfetta espressione della preghiera contemplativa. Alcuni gli devono persino la loro vocazione; come quel giovane di Bologna, Nicola Albergati, che (nel 1395) visitando la vicina certosa fu costretto suo malgrado a fermarsi per la notte a causa di un violento temporale. Sentendo la campana che annunciava Mattutino, si recò in chiesa per curiosità e fu a tal punto conquistato dal canto umile e raccolto dei monaci nel silenzio della notte, che provò ben presto un ardente desiderio di condurre tra di loro la vita solitaria a lode di Dio[39]. Nicola Albergati entrò infatti nella certosa di Bologna; divenne priore di quella casa, poi vescovo di Bologna e cardinale. Morì nel 1443 e il suo culto fu confermato nel 1744. Se la liturgia occupa ogni giorno un posto prevalente nella vita del certosino, la sua giornata comporta anche momenti di preghiera personale (orazione, meditazione), momenti di lavoro, di lettura e di distensione. Ma tutto deve essere unificato armoniosamente. In particolare, preghiera liturgica e preghiera solitaria, lungi dall’opporsi, si completano vicendevolmente. Nella liturgia il monaco può esprimere le aspirazioni più profonde del suo cuore mediante le parole ispirate dallo Spirito Santo stesso. «D’altra parte, la preghiera comunitaria, che diviene nostra attraverso l’azione liturgica, si protrae nella preghiera solitaria con la quale offriamo a Dio un intimo sacrificio di lode che supera ogni parola. La solitudine della cella infatti è il luogo nel quale l’anima, afferrata dal silenzio, dimentica delle cure umane, diviene partecipe della pienezza del mistero attraverso il quale Cristo crocifisso, risorgendo dai morti, ritorna nel seno del Padre»[40]. In definitiva tutta la vita del certosino tende a diventare una liturgia continua, dal momento che resta incessantemente desto alla presenza di Dio. A lode di Dio, per cui fu particolarmente istituito l’Ordine eremitico certosino, il monaco offrirà al Signore un culto ininterrotto, nel riposo della cella e nel lavoro… Senza fine renderà grazie a Dio Padre che lo ha reso degno di partecipare alla sorte dei santi nella luce[41]. INIZIAZIONE ALLA VITA CERTOSINA
1. La chiamata di
Dio
«A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, per mezzo dello Spirito Santo, si scelse fin dal principio degli uomini per condurli nella solitudine e per unirli a sé in intimo amore»[42]. Come ogni vita religiosa, la vita certosina è una risposta ad una chiamata di Dio; questo è il senso proprio della parola vocazione, derivata dal latino vocare, che significa “chiamare”. Nel vangelo vediamo Gesù chiamare a sé quelli che poi farà suoi discepoli: «Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare; e disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini!” ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono… Andando via di là Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi!” Ed egli si alzò e lo seguì»[43]. Circa tre secoli dopo un giovane egiziano di nome Antonio udì nel corso di una celebrazione eucaristica questa parola del vangelo: «Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi»[44]. Spogliandosi di tutti i suoi beni, Antonio si ritira nel deserto per donarsi alla preghiera continua, più che sia possibile. Egli è considerato come il padre di tutti i monaci, specialmente di quelli che scelgono una vita contemplativa in solitudine, perché sono convinti che Dio li attende nel deserto. Una tale vocazione non si può costruire, la si riceve da Dio. Impegnarsi in una vita così particolare come quella certosina senza esservi chiamato è insensato, sterile e perfino pericoloso. Di fatto il monaco solitario deve appoggiarsi costantemente su Dio e su Lui solo; per questo ridice sovente con il salmista: «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.… Quando dicevo: “Il mio piede vacilla”, la tua grazia, Signore, mi ha sostenuto… la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre»[45]. Come Dio, nell’Antico Testamento, conduce il suo popolo, come sua fidanzata, nel deserto per parlare al suo cuore[46], così è solo per amore che Gesù invita alcuni uomini e donne a seguirlo sulla montagna della solitudine, perché dimorino con Lui e contemplino lo splendore del suo volto[47]. Quando un candidato si presenta e chiede di divenire certosino, se le prime informazioni lasciano intravedere una possibile vocazione, lo si ammette a fare un ritiro nel monastero, con il fine di esaminare con cura il suo desiderio di vita certosina e le sue attitudini. Colui che è chiamato alla vita contemplativa arde nel suo cuore di amore per Dio; egli vuole rispondere generosamente al «primo e più grande comandamento» enunciato da Gesù nel vangelo: «tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»[48]. San Bruno nel ricordare al suo amico Rodolfo il Verde le circostanze della sua vocazione, ne indica le sue motivazioni profonde: «che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l’amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l’anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l’incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d’amore dice: L’anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?»[49]. Il desiderio di consacrare la propria vita alla preghiera e alla ricerca di Dio nell’amore è primario per un candidato alla vita certosina, poiché, dicono gli Statuti, «è assai utile che il novizio si dedichi agli studi e ai lavori manuali; però non basta che sia occupato in cella e vi perseveri in modo degno di lode fino alla morte; altro si richiede: cioè lo spirito di orazione e di preghiera. Di fatto, se venissero a mancare la vita con Cristo e l’intima unione dell’anima con Dio, poco servirebbero la fedeltà alle cerimonie e l’osservanza regolare, e si potrebbe giustamente paragonare la nostra vita a un corpo privo di anima»[50]. Questo ideale contemplativo si deve accompagnare ad un’attrattiva per la solitudine, visto che è questo il quadro in cui si colloca la maggior parte della vita del monaco. Infine «per divenire certosino di fatto oltre che di nome, non basta volerlo; si richiede anche una speciale attitudine di anima e di corpo che, unita all’amore per la solitudine e per il nostro genere di vita, permetta di discernere la vocazione divina»[51]. Età e attitudini Bruno era un uomo di matura età quando abbracciò la vita monastica; doveva avere circa cinquant’anni. Al contrario Guigo, quinto priore di Certosa, entrò nel monastero a ventitré anni. E non era certo il solo, dal momento che nelle Consuetudini annota: «noi tutti abbiamo abbracciato questa vocazione dalla nostra giovinezza»[52]. E seicento anni più tardi gli fa eco il R.P. Dom Le Masson, che scrive: «quasi tutti noi siamo entrati nell’Ordine nella nostra giovinezza, intorno ai vent’anni»[53]. Oggi difficilmente si riceve in certosa qualcuno con questa età, poiché il criterio di selezione non è tanto il numero di anni, quanto la maturità umana e spirituale. Maturità che ai nostri giorni raramente è acquisita a venti anni, per il fatto che un giovane adulto deve integrare nella sua sintesi personale numerosissimi influssi e informazioni; la sua affettività si sviluppa più tardi e una sana autonomia è una conquista difficile. I candidati alla vita certosina hanno in genere tra i ventitré e i trentacinque anni. Ce ne sono anche di più grandi, ma il loro adattamento non è per niente facile. Oltre i quarantacinque anni compiuti nessuno può essere ricevuto senza l’esplicita autorizzazione del Capitolo Generale o del priore della Gran Certosa. Tra le qualità richieste per condurre una vita solitaria, l’equilibrio e il giudizio vengono al primo posto. Il candidato deve anche avere una buona costituzione fisica, essere sufficientemente religioso (nel senso etimologico di “legato a Dio”), atto alla solitudine, ma anche alla vita comunitaria[54]. Questo non vuol dire che deve essere un uomo eccezionale. Noi siamo tutti piccoli davanti a Dio, e la vita monastica è un cammino di conversione evangelica per coloro che hanno un cuore di poveri. Un minimo di mezzi umani è richiesto, principalmente la capacità di apprendere e di crescere, ed un’autentica ricerca di Dio. Tutto il resto verrà donato dal Signore[55]. Diversità di cammini La chiamata di Dio può manifestarsi nella vita in modi diversissimi. A volte l’attrazione per Dio si radica in una vita familiare cristiana e, come un seme che germina pian piano, in un dato momento si manifesta. Ma Dio può anche fare irruzione nella vita di qualcuno che è lontano dal piano religioso, dottrinale o anche morale. Ciò non è per niente raro nel nostro mondo contemporaneo scristianizzato. In questi ultimi casi, è necessario a volte un lungo lavoro di integrazione e di educazione per stabilire una coerenza tra l’ideale intravisto e lo stato concreto della persona. In ogni caso i due cammini abbozzati sono cammini di conversione radicale, poiché il fine di una vocazione monastica è di offrire a Dio un cuore puro per poter aderire totalmente a Lui. Una vocazione è un dinamismo essenzialmente positivo, un desiderio impiantato da Dio stesso in colui che egli chiama. Un distacco da un mondo mediocre e materialista può essere occasione di una ricerca, ma non basta a determinare una vocazione, poiché più si ama Dio, più si ama il proprio fratello, e più si è sensibili alla bellezza e alla bontà dell’opera di Dio nella creazione. Le tappe seguenti riguardano tanto i monaci del chiostro che i fratelli conversi, essendoci minime differenze che qui non vale la pena considerare[56]. L’aspirante che presenta disposizioni sufficienti è ammesso a cominciare la sua vita certosina come postulante. Una piccola celebrazione di accoglienza, all’interno del noviziato, apre questa prima tappa: con il segno evangelico della lavanda dei piedi e la consegna di un mantello nero, che verrà portato nei momenti comunitari solenni sugli abiti secolari. Il postulante segue l’insieme degli esercizi che la regola prescrive a tutti i monaci. Questo è un dato molto positivo; infatti presso i religiosi di vita apostolica in genere il noviziato non può somigliare esattamente all’esistenza che si condurrà in seguito, mentre presso i certosini, dopo un certo tempo passato in cella, il postulante avrà fatto esperienza dell’osservanza che sarà fondamentalmente quella di tutta la sua vita. Dopo un tempo di prova compreso tra i tre mesi e un anno, il postulante può essere ammesso come novizio. Egli si presenta dapprima davanti alla comunità per rispondere ad alcune domande postegli dal priore; quindi si ritira e il vicario e il maestro dei novizi fanno un rapporto su di lui cui segue un momento deliberativo della comunità. Dopo qualche giorno di riflessione i monaci si riuniscono di nuovo e si pronunciano con scrutinio segreto[57]. Il postulante che viene ammesso, si presenta una seconda volta davanti alla comunità riunita in capitolo, e il priore gli espone il genere di vita che desidera abbracciare. Se il postulante conferma il suo proposito, il priore lo accoglie ufficialmente e tutti scambiano con lui il segno della pace. Lo stesso giorno il novizio riveste l’abito certosino in privato e si fa rasare interamente la testa in segno di consacrazione al Signore. Poi si reca in chiesa dove si prostra in preghiera, ed in preghiera il priore e la comunità tutta gli si fanno intorno e lo accompagnano conducendolo nella sua cella. Da questo momento in poi il novizio resta affidato alla cura del maestro dei novizi, che lo seguirà nei primi cinque anni del suo cammino di formazione. L’iniziazione monastica riguarda la persona in tutte le sue dimensioni: fisica, affettiva, intellettuale, morale, spirituale. Il periodo del noviziato è un’opera di grande respiro, che nei primi essenziali ed importanti anni segna il novizio per tutta la sua vita monastica, introducendolo pienamente nella comunità, per formarlo innanzitutto ad una vita di preghiera radicata in una fede profonda e nutrita dalla parola di Dio. Da parte sua la comunità con la sua vita e il suo esempio gioca in questo cammino un ruolo per niente secondario. Questa iniziazione vien fatta progressivamente. Durante i due anni del noviziato propriamente detto, l’aspirante certosino è formato all’osservanza concreta, alla preghiera e alla liturgia; egli studia anche gli Statuti dell’Ordine. A partire poi dal secondo anno incomincia gli studi destinati a perfezionare la sua conoscenza dei misteri della fede cristiana. Alla fine di questi due anni di noviziato, è possibile giudicare l’attitudine del candidato dal modo in cui avrà vissuto questo tempo di adattamento. Per cui potrà prepararsi a emettere i voti monastici, oppure decidere di non procedere oltre. E anche in quest’ultimo caso spesso si apprezza la ricchezza comunque ricevuta in questo tempo a livello personale per la propria vita. Professione temporanea e suo rinnovo Il monaco che desidera essere ammesso alla professione esprime la sua richiesta nel capitolo alla presenza di tutta la comunità. I monaci deliberano poi su questa domanda e dopo qualche giorno votano. A meno che non ci siano motivi gravi, il novizio viene ammesso alla professione. Da lui non si richiede che abbia raggiunto un grado notevole di perfezione umana e religiosa, ma è sufficiente che l’evoluzione avvenuta nei due anni di noviziato sia positiva. Il novizio consacra allora più giorni ad un ritiro per prepararsi spiritualmente e fare della sua professione un vero atto di fede, d’amore e di libertà, con il quale si impegna davanti al Signore, che lo ha chiamato per nome. La professione ha luogo nel giorno fissato, durante la celebrazione eucaristica, all’inizio del rito di offertorio. I punti salienti del rito prevedono un momento in cui il novizio depone il mantello nero e la cocolla, e viene rivestito con la cocolla da professo; e un momento in cui legge la formula di professione, scritta di proprio pugno, che consegna nelle mani del priore, il quale a sua volta la depone in offerta sull’altare. La formula di professione monastica pronunciata è questa: «Io, fra N., prometto[58]... stabilità, obbedienza e conversione dei miei costumi davanti a Dio e ai suoi santi e alle reliquie di questo eremo, edificato ad onore di Dio, della Beata sempre Vergine Maria e di san Giovanni Battista, in presenza di dom N. priore»[59]. I voti emessi per la professione temporanea hanno una durata di tre anni, durante i quali prosegue il cammino di formazione personale e di inserimento nella comunità, sviluppando in qualche modo l’impegno assunto con le parole della professione. Al termine di questo periodo, il monaco rinnova la sua professione per la durata di due anni. Allo stesso tempo con questo passo ulteriore lascia il noviziato per passare questo periodo con i monaci di voti solenni. In tal modo il giovane professo potrà vivere in pieno la vita certosina e gli altri monaci potranno conoscerlo meglio per maturare il giudizio definitivo, che sarà loro richiesto per la professione solenne. Dopo questi cinque anni di professione temporanea, ossia dopo poco più di sette anni di vita certosina, il monaco che desidera consacrarsi a Dio per sempre domanda di essere ammesso alla professione solenne. Se è accettato, pronuncia i voti perpetui nel corso della Messa conventuale, sempre all’inizio dell’offertorio. Il punto saliente del rito è ovviamente costituito dalla emissione dei voti mediante la formula di professione, scritta sempre di proprio pugno su una pergamena; in questo caso però è il professo stesso che va a deporla in offerta sull’altare, ricevendo poi prostrato la benedizione del priore con un’antichissima formula[60]. Con questo passo il monaco è inserito definitivamente nella comunità e porta a compimento il suo desiderio di dono totale al Signore che lo ha chiamato nel deserto. I monaci del chiostro di voti solenni sono poi destinati, secondo un’antica consuetudine certosina, ad accedere agli ordini sacri del diaconato e del presbiterato. All’interno del cammino monastico appare ancora più evidente che il ricevere tali ordini non potrà mai essere motivo di onore personale, ma spazio nel cuore della Chiesa per vivere nella liturgia e in tutta la propria esistenza una più intima unione e offerta a Cristo, che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti»[61]. L’abito certosino si compone di una tunica serrata da una cintura di cuoio bianca, e di un lungo scapolare fornito di un cappuccio, che presso i certosini ha conservato l’antico nome di cocolla. Le parti posteriore ed anteriore della cocolla sono unite tra loro da due bande laterali, che sono sempre state, presso i certosini, il segno della professione, che lega il monaco al servizio di Dio[62]. Per di più, come scrisse il certosino Sutor, queste bande danno alla cocolla stessa una certa somiglianza con la croce di Gesù Cristo[63]. I novizi portano sulla veste bianca una cocolla senza bande, che non scende sotto le ginocchia; esattamente come l’antico mantello usato dai pastori del massiccio della Chartreuse, a cui si ispirò l’abito dei primi certosini. Per le funzioni conventuali il novizio porta una cappa nera con cappuccio, che ricopre completamente il suo abito; essa ricorda che egli non è ancora veramente monaco, ma che sta apprendendo i rudimenti che lo condurranno più tardi a ricevere con la professione il vero abito monastico: la cocolla lunga munita di bande. IL MISTERO DELLA VITA CERTOSINA
1. Una vita
solitaria
I primi monaci certosini «seguivano il lume dell’oriente, ossia di quegli antichi monaci che, ardenti d’amore per il ricordo del Sangue del Signore versato di recente, popolarono i deserti per professarvi la vita solitaria e la povertà di spirito. Bisogna quindi che i certosini, calcando le loro orme, dimorino come loro in un eremo sufficientemente remoto dalle abitazioni degli uomini; ma soprattutto bisogna che si rendano essi stessi estranei anche alle preoccupazioni mondane»[64]. Secondo la tradizione dei Padri del deserto la ricerca dell’unione con Dio, nel modo più diretto possibile, richiede normalmente la separazione dal mondo. La pace esteriore della solitudine protegge la pace interiore del cuore. Così il monastero è costruito lontano da abitazioni, e ciascun monaco vive solo in cella all’interno della cinta muraria, astenendosi da ogni ministero, escluso quello della preghiera. Questo costituisce per il certosino un’esigenza che gli Statuti esprimono con forza: «Essendo il nostro Ordine totalmente dedito alla contemplazione, è necessario che conserviamo in modo assolutamente fedele la nostra separazione dal mondo. Ci asteniamo perciò da qualsiasi ministero pastorale, pur nell’urgente necessità di apostolato attivo, per adempiere nel Corpo mistico di Cristo la nostra funzione specifica»[65]. Guigo, il monaco al quale lo Spirito ha affidato la missione di redigere la prima regola dei certosini, da parte sua ha celebrato al seguito di tutti i Padri le ricchezze spirituali offerte al solitario: «Sapete infatti che nell’Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento quasi tutti i più grandi e profondi segreti furono rivelati ai servi di Dio non nel tumulto delle folle, ma quando erano soli. Gli stessi servi di Dio, tutte le volte che li accendeva il desiderio di meditare più profondamente qualche verità o di pregare con maggiore libertà o di liberarsi dalle cose terrene con l’estasi dello spirito, quasi sempre evitavano gli ostacoli della moltitudine e ricercavano i vantaggi della solitudine (…) considerate voi stessi quanto profitto spirituale nella solitudine trassero i santi e venerabili padri Paolo, Antonio, Ilarione, Benedetto e innumerevoli altri, e avrete la prova che nulla, più della solitudine, può favorire la soavità della salmodia, l’applicazione alla lettura, il fervore della preghiera, le penetranti meditazioni, l’estasi della contemplazione e il dono delle lacrime»[66]. «Lasciare il mondo per dedicarsi nella solitudine ad una preghiera più intensa, non è altro che un particolare modo di esprimere il mistero pasquale di Cristo, che è una morte per una resurrezione»[67]. La Sacra Scrittura presenta l’Esodo attraverso il deserto come l’evento principale della storia d’Israele. Sotto la guida di Mosè gli ebrei uscirono dall’Egitto; e dopo aver attraversato il Mar Rosso, vissero quarant’anni nel deserto. Non mancarono le prove, ma giunti nel cuore del deserto, al Sinai, Dio si manifestò in modo straordinario e concluse con loro un’alleanza. I Padri della Chiesa e tutti i monaci hanno visto nell’Esodo una prefigurazione dell’itinerario mistico dell’uomo alla ricerca di Dio. Guigo nel suo elogio della vita solitaria ha ricordato al certosino l’esempio dei grandi contemplativi della Bibbia, che nella solitudine hanno vissuto il mistero dell’incontro con Dio: Giacobbe, che lottò solo con l’Angelo e ricevette la grazia di un nome migliore; Elia, che visse per lungo tempo nel burrone di un torrente e marciò quaranta giorni e quaranta notti fino all’Oreb dove Dio si manifestò a lui in una brezza leggera; Eliseo, che amava ritirarsi in preghiera nella camera al piano superiore preparata dalla sunammita; e soprattutto Giovanni Battista, che è considerato come il patrono degli eremiti[68]. Lo stesso Gesù ha cercato la solitudine: subito dopo il suo battesimo nel Giordano fu condotto nel deserto dallo Spirito Santo; ed in molti episodi dei vangeli lascia la folla e si ritira solo sulla montagna per pregare; un giorno invita i suoi apostoli ad andare in disparte in un luogo solitario; infine solo sulla croce, abbandonato da tutti, si offre al Padre per la salvezza del mondo[69]. Il monaco, seguendo Cristo nel deserto, partecipa al mistero che riconduce nel seno del Padre il Figlio crocifisso e resuscitato dai morti. Nella solitudine egli compie un vero Esodo spirituale, in cui dalla morte sgorga una nuova vita. La clausura nel cui interno si pone il monastero è per il certosino il segno visibile della sua separazione dal mondo. Al di fuori dello spaziamento settimanale il monaco non è autorizzato a uscire dalla casa, salvo in rari casi e per una reale necessità. Lo stesso priore della Gran Certosa, pur essendo superiore generale dell’Ordine, non oltrepassa mai i limiti del suo deserto. Tuttavia è soprattutto nel segreto della loro cella che i padri vivono la loro vocazione di solitari; mentre i fratelli la vivono in parte nella cella e in parte nelle obbedienze dove essi lavorano. Ciascuno ha così la sua propria solitudine nel seno di un monastero, che è esso stesso solitario. Gli Statuti ricordano a tutti che la cella è un luogo privilegiato di unione con Dio: «Il nostro impegno e la nostra vocazione consistono principalmente nel dedicarci al silenzio e alla solitudine della cella. Questa è infatti la terra santa e il luogo dove il Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come un amico col suo amico. In essa frequentemente l’anima fedele viene unita al Verbo di Dio, la sposa è congiunta allo Sposo, le cose celesti si associano alle terrene, le divine alle umane»[70]. Anche le obbedienze di lavoro sono separate le une dalle altre come le celle, e sono organizzate affinché si salvaguardi il più possibile la solitudine. In tal modo la solitudine è adeguata alla situazione di ognuno. I Padri del deserto hanno celebrato a gara i benefici della fedeltà alla cella, dove il solitario, secondo un’immagine usata da loro e ripresa dagli Statuti Certosini, si trova come un pesce nell’acqua. Guglielmo di Saint-Thierry scrisse ai certosini di Mont-Dieu: «la cella non deve esser mai una reclusione forzata ma una dimora di pace; la porta chiusa non nascondiglio ma ritiro. Colui con il quale Dio è, infatti, non è mai meno solo di quando è solo. Allora infatti gode liberamente della propria gioia; allora egli stesso è suo per godere di sé e di sé in Dio»[71]. Silenzio e solitudine vanno di pari passo, poiché il primo protegge la solitudine interiore e favorisce il raccoglimento: «Solamente colui che ascolta nel silenzio percepisce il mormorio del vento leggero che manifesta il Signore»[72]. I certosini sono dei fratelli che vivono fianco a fianco nel silenzio, rispettando reciprocamente il loro colloquio interiore con Dio. Grande è la virtù del silenzio. «Benché nei primi tempi tacere possa essere una fatica, gradualmente, se saremo stati fedeli, dallo stesso nostro silenzio nascerà in noi l’attrattiva verso un silenzio ancora maggiore»[73]. L’incontro dell’anima con Dio avviene al di là di ogni discorso, in un semplice scambio di sguardi: linguaggio dell’amore che non è altro che il linguaggio dell’eternità. «Noi riconosceremo la qualità della parola divina, quando consacreremo il tempo in cui non abbiamo da parlare ad un silenzio privo di preoccupazioni e accompagnato da un’ardente ricordo di Dio»[74]. Vi è infatti un silenzio interiore che è ben più difficile della semplice assenza di parole. Esso consiste nel distaccarsi da pensieri erranti che penetrano nel cuore attraverso l’immaginazione. I Padri del deserto a questo riguardo mettevano i loro discepoli in guardia, e cercavano al di sopra di tutto la purezza di cuore, ossia l’amore di Dio preferito ad ogni altra cosa. Come scrisse uno di essi, Cassiano: «In vista dunque della purezza di cuore tutto deve essere compiuto e inteso da noi. Per essa deve essere cercata la solitudine... Pertanto le virtù che vi si accompagnano, e cioè i digiuni, le veglie, la solitudine, la meditazione delle Scritture, ci conviene esercitarle in vista dello scopo principale, vale a dire della purezza di cuore, che è la carità»[75]. Fratelli in Cristo Lo scopo di tutta la vita monastica è la perfezione dell’amore di Dio[76]. Ma il Cristo ci ha insegnato che non si possono separare l’amore di Dio e l’amore del prossimo; l’uno e l’altro si approfondiscono insieme. Tutta la vita cristiana, e dunque anche la vita certosina, comportano una dimensione fraterna. Durante l’ultima cena Gesù ha detto: «vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io vi ho amato, così anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»[77]. L’apostolo San Giovanni, indirizzandosi alle prime comunità cristiane, fa eco alle parole del suo Maestro: «Ecco il comandamento che abbiamo ricevuto da Lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello... Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore viene da Dio. Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore... Se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e il suo amore è perfetto in noi... Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui»[78]. Come già detto, i certosini formano una famiglia; essi sono dei solitari che vivono come dei fratelli riuniti attorno a Cristo presente in mezzo a loro. Solitudine e vita fraterna si equilibrano mutuamente: una solitudine che non è isolamento o ripiegamento su se stessi, ma desiderio di Dio e comunione dei santi; una vita comunitaria che non è né libero sfogo né ricerca di compensazioni affettive, ma ricerca delle esigenze dell’amore, se c’è bisogno fino alla croce. Nella vita concreta del certosino non mancano le occasioni di mettere in pratica la carità fraterna, dal semplice sorriso, quando capita di incontrare un fratello con cui non si è potuto rompere il silenzio, fino ad altri momenti in cui la carità può rivelarsi più difficile, poiché l’amore vero esige sovente la rinuncia a se stesso: «Se non siamo d’accordo con un altro, sappiamolo ascoltare, e cerchiamo di capire il suo modo di vedere... di certo conviene in modo tutto speciale a noi, che dimoriamo nella casa del Signore, testimoniare la carità che procede da Dio, accogliendo amorevolmente i fratelli coi quali conviviamo e sforzandoci di comprenderne con il cuore e la mente i temperamenti e i caratteri, sebbene diversi dai nostri»[79]. All’interno di una vera solitudine il certosino conosce la gioia di essere unito a dei fratelli con legami di reciproco affetto; così da poter cantare con il salmista: «Quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!»[80]. Il monaco «non può entrare nella quiete contemplativa, se non dopo essersi cimentato nello sforzo di una dura lotta, sia mediante le austerità nelle quali persiste per la familiarità con la Croce, sia mediante quelle visite con le quali il Signore lo avrà provato come oro nel fuoco… lungo è il cammino attraverso brulla e riarsa strada prima di arrivare alle fonti d’acqua e alla terra promessa»[81]. Perché il monaco possa pervenire all’unione intima con Dio, il suo cuore e il suo spirito devono essere purificati nel crogiolo dell’ascesi. Anche se non si può fare di meglio che evocarle, si offrono prima di tutto ed eminentemente le prove interiori, spirituali, che Dio riserva e proporziona a ciascun’anima in modo particolare. Il monaco, con la sua professione si è affidato rimettendo totalmente la sua vita al buon volere di Dio. D’altronde il ritirarsi dal mondo e l’assenza di un ministero possono condurlo ad una vita a volte molto dura, privata di ogni consolazione sensibile riguardo ai suoi frutti; a volte le stesse sue condizioni concrete immergono in afflizioni e abbandoni che sarebbe molto delicato sostenere in altre circostanze. Ma il solitario sa riconoscere che ogni pena è dono della grazia e invito all’amore vero. Le varie osservanze previste dalla regola sono generalmente assunte senza particolari difficoltà. E tuttavia all’occasione nondimeno possono rappresentare una reale prova, offerta di tutta una vita. L’interruzione del sonno, ad esempio, può diventare motivo di disagio, fatica e insonnia. Fare un solo pasto al giorno (con solo un po’ di pane la sera) durante la grande quaresima monastica dall’Esaltazione della Croce (14 settembre) fino a Pasqua, astenersi dai latticini durante l’Avvento e la Quaresima, contentarsi di pane ed acqua un giorno alla settimana, non mangiare mai carne e non prendere nessuna colazione al mattino: questo fa parte del regime a cui il certosino si sottomette per procedere con più alacrità sul cammino tracciato da Gesù Cristo. Le altre condizioni di vita – clima, ambiente, abbigliamento, riscaldamento, ecc. – mettono ugualmente alla prova, anche per la loro essenzialità o rudezza. Le celle, dove solo il cubicolo è realmente abitabile, in genere non offrono una spaziosa vista, se non un pezzo di cielo e il muro della cella vicina... Lontano dalle creature, è necessario levare il proprio sguardo verso il Creatore. La solitudine, la beata solitudine, certi giorni può essere molto dolorosa: in assenza di ogni scappatoia, per valida che sia (di distrazione, avrebbe detto Pascal), il monaco è lasciato di fronte a se stesso in una povertà e nudità spesso radicali. Poiché in definitiva non sono tanto il quadro e il genere di vita che mettono alla prova, quanto piuttosto ciò che essi rivelano ad ognuno: i propri deserti e le proprie miserie. Vivere nella solitudine alla ricerca di Dio solo non concede molte soddisfazioni alla natura umana; chiede piuttosto una grande spoliazione a livello dello spirito e del cuore. Il monaco rinuncia a tutto ciò che renderebbe vana la clausura esterna del monastero: evita le visite di parenti ed amici (dalla regola sono previsti due giorni all’anno per i parenti più prossimi); salvo necessità si astiene dal comunicare per lettera o per telefono con le persone esterne; non legge libri profani, e ancor meno le riviste e i giornali che possono turbare il suo silenzio interiore. Gli Statuti dell’Ordine Certosino vietano esplicitamente la presenza di radio e televisione nei monasteri[82]. Il certosino dunque, in parte controcorrente in una società dove regna la triade avere-sapere-potere, riprende il cammino delle virtù evangeliche, altro modo di chiamare l’ascesi. Umiltà, povertà, castità, obbedienza, pazienza, temperanza, e al di sopra di tutto la carità: ecco ciò che nello scorrere dei giorni egli apprende o riapprende alla scuola dello Spirito Santo. Tra tutte queste virtù conviene sottolineare il posto privilegiato dell’obbedienza. Secondo la parola di una grande figura del deserto, «noi preferiamo molto di più l’obbedienza all’ascesi, perché l’ascesi è maestra d’orgoglio, mentre l’obbedienza è messaggera di umiltà»[83]. In effetti l’obbedienza, prima ancora delle diverse pratiche di penitenza, è per il monaco la traduzione nel vissuto quotidiano della rinuncia alla propria volontà. Certo tutti i religiosi fanno voto di obbedienza, ma il monaco solitario deve essere particolarmente fedele a tale impegno, poiché più grande è per lui il rischio di divenire maestro di se stesso. Attraverso la mediazione del priore, testimone e garante dell’opera dello Spirito in coloro che sono a lui affidati, e di una saggia guida spirituale, egli si aprirà e si offrirà docilmente all’azione dello Spirito Santo. L’ascesi sarà di ben poca utilità se non scava e libera uno spazio aperto ad un incontro, se non conduce all’uomo nuovo, ricreato secondo Dio. Il certosino sa che non può “possedere” Dio, in una preghiera continua, se prima non si lascia spossessare da Lui, divenendo sempre più spogliato di tutto, distaccato da tutto. Povero per Dio, egli allora sarà ricco di Dio. Liberato da Dio, Egli diventa libero per Lui ed in Lui. In materia di ascesi la regola dei certosini rende prova di una grande saggezza. Da una parte prevede che si possano accordare le dispense necessarie, quando un monaco si rende conto che l’una o l’altra osservanza supera le sue forze e ostacola il suo slancio verso il Signore al posto di favorirlo. D’altra parte – e questo merita di essere sottolineato – questa regola vieta ogni modifica ulteriore fatta all’insaputa del priore e senza la sua approvazione. Contrassegnata dalla saggezza e dalla moderazione l’ascesi certosina sa eludere le trappole e gli eccessi che ne rovinerebbero la virtù: il fermarsi nell’autocompiacimento di sé, o il cadere nello scoraggiamento per chi non può compierla. L’ascesi al contrario cerca di liberare il monaco dalla tirannia dell’io e dalle tendenze egoistiche del cuore umano per favorire il dischiudersi di un amore vero. Gli ricorda anche la sua fragilità che lo invita ad appoggiarsi su Dio solo, in una più umile fiducia. L’ascesi poi come identificazione e partecipazione all’amore di Gesù crocifisso è allo stesso tempo partecipazione al Cristo resuscitato per la potenza dello Spirito Santo. Solo lo Spirito ha il potere di dare la vita, solo Lui purifica e libera, ricrea l’uomo a immagine del Figlio, per farne un essere di desiderio, totalmente abitato, trasfigurato e avvolto dall’amore di Dio. «Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell’eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell’occhio il cui sereno sguardo ferisce d’amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un’azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo. Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l’amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l’anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l’incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d’amore dice: L’anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?»[84]. Così si esprimeva Bruno, il primo certosino. Parole folgoranti che, per tutti coloro di cui è il padre, tratteggiano e illuminano il cammino della contemplazione; ma anche parole disincantate, visto che non fanno che aprire l’orizzonte su un mistero insondabile e ineffabile. Ciò che è chiesto è di procedere sempre più lontano, sempre più in alto, sempre più in profondità. Impiantato nel terreno della certosa, l’uomo, umile seme, pesantezza più che grazia, ombra più che luce, quando non sia dura pietra, ossa inaridite, sepolcro imbiancato, si trova a poco a poco ricreato, restaurato ad immagine e somiglianza del suo Creatore e Salvatore. Non solo guarito interiormente e purificato, per giungere nella verità allo stato di uomo perfetto, nella pienezza della statura di Cristo; non solo radicato in un’esperienza di morte e resurrezione, di offerta nella preghiera, di esistenza eucaristica, perché il mondo abbia la vita; ma ancor più spiritualizzato e divinizzato nell’intimo dell’anima e del corpo, per essere pura offerta totalmente gratuita all’immensità dell’amore. Di fronte ad una tale misura, come non riascoltare le parole di colei che per prima, per la sua umiltà, ha ricevuto l’annunzio? «Com’è possibile?»[85] Umiltà nel costatare che niente di umano è proporzionato a questo dono, non certamente per conquistarlo, ma neanche solo per accoglierlo. «Tesoro in vasi di creta»[86]. Il segreto della contemplazione non sta forse nel riconoscere dapprima la nostra povertà, e poi di abbandonarci nelle mani del nostro Padre? Poiché tutto viene da Lui e per mezzo di Lui, la nostra sola opera sarà di credere[87], di avere fiducia nella sua smisurata tenerezza, di renderci disponibili perché realizzi nel più intimo del nostro essere il suo disegno d’amore. Egli attende soltanto che liberiamo il cuore da tutto ciò che non è Lui, per versarvi i torrenti della sua vita divina. Gesù Cristo è «la via, la verità e la vita»[88]. Nessuno va al Padre senza passare attraverso di Lui, poiché «non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati»[89]. Di fatto la Parola che ha spiegato i cieli si è come nascosta nella carne di un popolo, fino a farsi essa stessa carne, per abitare in mezzo a noi. «Ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, questo vi annunziamo!»[90]. Il Figlio nella sua carne ci rivela il Padre e fa di noi dei figli. «Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te»[91]. Più noi siamo uniti a Cristo per mezzo della forza dei sacramenti e della fedeltà nella preghiera, e più, per Lui, con Lui ed in Lui, penetriamo nell’intimità del Padre. Per disporsi ad un tale incontro niente è più importante che rimanere nell’ascolto. Divenire silenzio nell’ascolto del silenzio, al fine di percepire nel cuore di esso la voce dell’amato. «Dio conduce il suo servo nella solitudine per parlargli al cuore, ma solamente colui che ascolta nel silenzio percepisce il mormorio del vento leggero che manifesta il Signore. Abbia dunque familiare quel tranquillo ascolto del cuore che lascia entrare Dio da tutte le porte e da tutte le vie. Così, purificato dalla pazienza, consolato e nutrito dall’assidua meditazione delle Scritture, e introdotto dalla grazia dello Spirito nelle profondità del suo cuore, il monaco diverrà capace non solo di servire Dio, ma di aderire a lui»[92]. Mistero di ascolto, mistero di fede, mistero dello Spirito. Lui che condusse Gesù nel deserto e lo fece esultare di gioia, Lui per il quale l’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori, e viene in soccorso della nostra debolezza perché non sappiamo come pregare, e ci insegna a dire: «Abbà! Padre!»[93]. Purificato, vivificato, fortificato per mezzo dell’amore di Cristo, rianimato, sospinto dal soffio dello Spirito, abbracciato nel desiderio dal Padre... il monaco solitario entra in comunione con il Dio tre volte santo, partecipa allo scambio ineffabile di conoscenza e di amore che è la vita delle persone divine nella Trinità. Tutta la sua esistenza non diventa altro che stupore davanti alla bellezza infinita, immutabile e trascendente di Dio nell’immensità del suo amore. Desiderare, contemplare, accostare il Dio tre volte santo, eterno ed insondabile, richiede una perseveranza a tutta prova, che non dispensa assolutamente dall’invocare il Signore della tenerezza e della misericordia. Di fatto per vivere negli anni un’esistenza fondata sulla sola contemplazione è necessario che questa vita sia improntata ad una grande semplicità. Lontano da ogni genere di complessità, di molteplicità e di dispersione, il solitario si attiene con forza all’«unico necessario»[94]. Egli ordina con equilibrio ed armonia tutte le cose all’unione con Dio, applicandosi serenamente al compito di ogni momento. L’alternanza di vita solitaria in cella e di vita comunitaria, di preghiera personale e liturgica, di studio e di lavoro manuale, come anche la differenza tra la sobrietà quotidiana e la letizia dei giorni di festa, lungi dall’essere fonte di dispersione, fanno della vita certosina un insieme sapientemente costruito, dove ogni elemento riceve piena forza e valore solo se visto nella totalità. Con un cuore semplice e uno spirito purificato, il monaco si sforza di fissare in Dio i suoi pensieri e le sue emozioni, al fine di divenire una dimora tranquilla dello Spirito, un tempio abitato dalla Maestà divina, alla quale tutto si consacra con amore. La stessa esortazione si traduce concretamente in qualche consiglio pratico; come quelli dati dal certosino Lanspergio: «Dimora assiduamente nel tuo santuario interiore. Non ti dare a nessuna cosa con eccesso, contentati del semplice uso delle cose presenti, di cui devi occuparti quando questo è necessario, senza attaccarvi il tuo cuore. Rimetti poi a Dio ogni evento, triste o gioioso, stai senza molteplicità, affinché anche Dio stia a te presente. Non vagabondare di qua e di là. Ritorna senza sosta alla solitudine, alla conversazione interiore. Colui che tu cerchi sia il tuo pensiero continuo, e se ti capita di patire, continua il tuo cammino. Ritorna così sempre nell’interiorità dove la Verità stessa è presente. Farai in modo di non arrivare mai al ribollire inconsistente delle parole. Custodisci dunque il silenzio, dimora nella pace, sopporta tutto, abbi fiducia in Dio, fa ciò che è nelle tue possibilità, e presto riceverai una luce meravigliosa per conoscere le strade così perfette della vita interiore»[95]. «In cella – dicono gli Statuti – la nostra attività scaturisca sempre come da una sorgente interiore, sull’esempio di Cristo, che opera sempre con il Padre, di modo che il Padre, dimorando in lui, compia egli stesso le opere. Così seguiremo Gesù nella sua umile e nascosta vita di Nazaret, sia pregando il Padre nel segreto, sia lavorando al suo cospetto in spirito di obbedienza»[96]. Consacrare tutta la propria vita a Dio nella contemplazione è sorgente di pace e di gioia sempre nuove. Tale è stata l’esperienza di San Bruno, che, secondo la testimonianza dei suoi figli, aveva sempre il viso in festa[97]. Nella sua lettera alla comunità della Certosa egli apre la sua anima traboccante di gioia e invita i suoi fratelli ad unirsi al suo canto di esultanza: «Veramente esulto e mi sento portato a lodare il Signore... Gioite dunque, fratelli miei carissimi, per la felicità che avete avuto in sorte e per l’abbondanza della grazia di Dio verso di voi. Gioite, poiché siete sfuggiti ai molteplici pericoli e naufragi di questo mondo sballottato dalle onde. Gioite, poiché avete guadagnato il tranquillo e sicuro rifugio di un porto ben riparato»[98]. Guigo, da parte sua, scrive ad un amico: «È veramente beato colui che sceglie di vivere umile e povero nel deserto, che ama meditare con applicazione nel riposo, e desidera dimorare così solitario nel silenzio... La vita povera e solitaria, dura nel suo principio, facile nel suo corso, diviene celeste nel suo termine»[99]. Coloro a cui capita di incontrare dei certosini restano generalmente impressionati da questa nota caratteristica della loro vita. Un pellegrino giunto alla Gran Certosa nel 1785 annota: «Tutto mi ha dato un piacere profondo e calmo. Le agitazioni umane non salgono affatto lassù. Ciò che non dimenticherò mai è la contentezza celeste visibilmente dipinta sui volti di quei religiosi. Il mondo non ha idea di questa pace... La si avverte, ma non si può definirla questa pace che voi guadagnate»[100]. Dieci secoli più tardi gli fanno eco le parole del papa Giovanni Paolo II durante la visita qui a Serra: «dai vostri volti si vede come Dio doni la pace e la gioia dello Spirito Santo, come mercede a chi ha abbandonato ogni cosa per vivere solo di Lui e cantare in eterno il suo amore... Nella pace e nel silenzio del monastero si trova la gioia di lodare Dio, di vivere di Lui, in Lui e per Lui»[101]. Il riposo, tanto bramato da Bruno e Guigo, è ben distinto dal sonno e dal rilassamento come la vita contemplativa lo è dall’inerzia e dalla comodità. Esychia per i greci, quies per i latini, il riposo contemplativo è come la parola d’ordine di tutti i cercatori di Dio, dai Padri del deserto via via fino ad attraversare tutto il monachesimo. Questa quiete è ogni volta condizione e risultato dell’unione con Dio nella contemplazione: rifiuto di idee vaganti e di fantasie, assenza di pensieri e preoccupazioni... serenità, tranquillità interiore, pace del cuore... quella pace di cui il Cristo risuscitato era pervaso e che lasciò ai suoi amici[102]. Un maestro spirituale del secolo XI ha lasciato questa testimonianza: «Ci sono molti modi di contemplazione in cui l’anima pia si diletta in te, o Cristo. Ma in nessuno di essi l’anima mia si diletta più di quello in cui, abbandonate tutte le cose, essa porta verso di Te, Dio solo, lo sguardo semplice di un cuore puro. Quale pace, quale riposo, quale gioia gusta allora l’anima applicata a Te!... Quando essa medita e ripete la tua gloria, il tumulto dei pensieri cessa, tutto tace, tutto è tranquillo: il cuore è ardente, lo spirito nella gioia, la memoria vigilante, l’intelligenza luminosa, e tutto lo spirito infiammato dal desiderio della visione della tua bellezza si vede trasportato nell’amore delle realtà invisibili»[103]. La quies è il coronamento del cammino del monaco che si sforza di vivere nella fedeltà la sua ricerca di Dio. Allora «L’anima del monaco sarà come un lago tranquillo le cui acque, scaturendo dalla purissima fonte dello spirito e non essendo agitate dall’ascolto di nessun rumore venuto dall’esterno, riflettono, quale nitido specchio, la sola immagine di Cristo»[104]. 5. Una vita nel cuore della Chiesa e del mondo «Abbracciando la vita nascosta, noi non disertiamo la famiglia umana... aderendo veramente a Dio, non ci trinceriamo in noi stessi, ma al contrario la nostra mente si apre e il cuore si dilata tanto da poter abbracciare l’universo intero e il mistero salvifico di Cristo. Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente»[105]. Tutto nella vita del solitario contemplativo parla di unione, di unità, di comunione. Egli non ha scelto la solitudine per se stesso, ma perché in essa vede per sé un modo eccellente per giungere ad una più grande unione con Dio e con tutti gli uomini: Dio e i figli di Dio. Il monaco si lascia pervadere dall’amore di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo e che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo. Questo amore per l’umanità intera lo raggiunge nel suo centro vitale, nel più intimo della sua anima, là dove ciascuno è solo davanti a Dio. Di fatto è proprio entrando nel profondo del suo cuore che il certosino solitario, in Cristo, si fa vicino ad ogni uomo, e principalmente ai piccoli e agli umili, ai poveri e ai miseri. «Così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri... quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui»[106]. «Gli istituti dediti interamente alla contemplazione, tanto che i loro membri si occupano solo di Dio nella solitudine e nel silenzio, nella preghiera continua e nella gioiosa penitenza, pur nella urgente necessità di apostolato attivo, conservano sempre un posto eminente nel corpo mistico di Cristo, in cui “tutte le membra non hanno la stessa funzione”»[107]. I contemplativi sono nel cuore della Chiesa; essi compiono una funzione essenziale nella comunità ecclesiale: la glorificazione di Dio. Il certosino si ritira nel deserto innanzitutto per adorare Dio, per lodarlo, per ammirarlo, per lasciarsi sedurre da Lui, per donarsi a Lui, e questo a nome di tutti gli uomini. La sua vocazione è di cantare la lode nella Chiesa di oggi, in attesa di farlo con la totalità degli eletti alla presenza di Dio nell’eternità. Nella sua ammirazione egli non cessa di amare, e nel suo amore non cessa di ammirare, in modo che dalla sua ammirazione l’amore bruci di una fiamma che niente potrà spegnere, e che all’interno del suo amore l’ammirazione sia colma di un dolce e forte fervore. «Poiché siamo membra gli uni degli altri, conviene che nella preghiera portiamo i pesi degli uomini, nostri fratelli»[108]. Da sempre la Chiesa riconosce che i monaci votati alla sola contemplazione compiono un prezioso ruolo di intercessione. Ogni giorno, in tutti gli uffici liturgici e nella celebrazione dell’Eucaristia essi pregano per tutti i vivi e i morti. Per mezzo di Cristo, «che è alla destra di Dio, vivente per sempre per intercedere a favore degli uomini»[109], essi portano davanti a Dio le attese e i problemi del mondo, insieme alle gravi intenzioni e preoccupazioni della Chiesa intera. Rivolto ai monaci di questa certosa il papa Giovanni Paolo II ha nuovamente affidato loro questo ministero della preghiera: «voi da questo monastero siete chiamati ad essere lampade che illuminano il mondo; sappiate sempre aiutare chi ha bisogno della vostra preghiera e della vostra serenità. Pur nella felice condizione di aver scelto con la sorella di Marta, Maria, la “parte migliore che non sarà tolta”, non siete posti al di fuori delle situazioni dei fratelli che bussano al vostro luogo di solitudine. Essi portano a voi i loro problemi, le loro sofferenze, le difficoltà che accompagnano questa vita: voi – pur nel rispetto delle esigenze della vostra vita contemplativa – date loro la gioia di Dio, assicurando che pregherete per loro, che offrirete la vostra ascesi, perché anche loro attingano forza e coraggio alla fonte della vita che è Cristo. Essi vi offrono l’inquietudine dell’umanità; voi fate loro scoprire che Dio è la sorgente della vera pace»[110]. «Dedicandoci a Dio solo, esercitiamo una funzione nella Chiesa... Consacrandoci con la nostra professione unicamente a Colui che è, rendiamo testimonianza davanti al mondo, troppo irretito nelle realtà terrene, che non vi è altro Dio fuori di lui»[111]. Gli uomini oggi avvertono, più o meno coscientemente, nel loro cuore un desiderio di assoluto; ed in qualche modo hanno bisogno dell’esempio dei contemplativi. Per il solitario portare una testimonianza è qualcosa che non si realizza né con le parole, né con un contatto personale. Lo stesso Giovanni Paolo II lo ha ricordato ai certosini: «l’importante non è ciò che voi fate, ma piuttosto ciò che voi siete»[112]. E in effetti con il suo solo esistere, il monaco testimonia che Dio è presente e che è al di sopra di ogni cosa, poiché «tutto è da Lui, per mezzo di Lui e per Lui»[113]. San Bruno era convinto che la sua preghiera contemplativa era il miglior servizio che poteva rendere alla Chiesa e al mondo; e il papa Urbano II approvò ciò lasciandolo partire per la solitudine dopo averlo chiamato presso di sé. Guigo da parte sua affermò che se i certosini si trovassero impediti nell’esplicare la loro funzione, altri dovrebbero prendere il loro posto[114]. Nel nostro tempo, in cui ci si abbandona forse troppo facilmente all’azione, la vita eremitica è a volte incompresa o sottovalutata; mentre il Concilio Vaticano II riconosce che i religiosi contemplativi «offrono a Dio un eccellente sacrificio di lode e producendo frutti abbondantissimi di santità sono di onore e di esempio al popolo di Dio, cui danno incremento con una misteriosa fecondità apostolica»[115].
San Bruno,
Edizioni La Certosa, Serra San Bruno, 2001.(disegni di Ugo Franques,
certosino).
Un certosino, Il mio cuore cerca il Tuo
Volto, Edizioni La Certosa, Serra San Bruno 1995.
Un certosino, La Carne e il Sangue del
Figlio, Museo della Certosa, Serra San Bruno 1995.
Jean-Baptiste Porion certosino, Amore e
Silenzio, Edizioni La Certosa, Serra San Bruno 1993.
Giuseppe Gioia, Testimoni della bontà.,
Museo della Certosa, Serra San Bruno 1996.
P. Fiorenzo Viviani, Il Cuore canta, Edizioni
La Certosa, Serra San Bruno 1994.
Ange Helly, San Bruno.
Una vita in breve.
Edizioni Paoline, 1993.
Un certosino, San Bruno, maestro e padre di
monaci, Città Nuova, 1998, pagg. 335.
I colori del silenzio,
coedizione Museo della Certosa – Ancora, Serra San Bruno – Milano, 2000.
Gianfranco Gritella, La Certosa di S.
Stefano del Bosco a Serra San Bruno, Borini Costruzioni – Edizioni
L’Artistica Savigliano, Torino, 1991.
Augustin Guillerand, La preghiera,
Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1991.
Augustin Guillerand, San Giovanni. Una
lettura spirituale del quarto vangelo., Edizioni Paoline, Cinisello
Balsamo, 1995.
François Pollien, La vita interiore
semplificata, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1984.
Un itinerario di contemplazione. Antologia
di autori certosini, Edizioni
Paoline, Cinisello Balsamo, 1985.
Giuseppe Gioia, L’esperienza contemplativa,
Bruno il certosino. Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1989.
Giuseppe Gioia, La divina filosofia. La
Certosa e l’amore di Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1994.
Giuseppe Gioia, La contemplazione della
verità. La prospettiva cristologica di Guigo I, San Paolo, Cinisello
Balsamo, 1999.
Una parola dal silenzio. Fonti Certosine,
I. Le lettere, a cura di C.
Falchini, Edizioni Qiqajon, Bose, 1997.
Fratelli nel deserto. Fonti certosine,II,Testi
normativi, testimonianze documentarie e letterarie,
a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, 2000.
http://www.certosini.org/
[1] Nei primi tempi, in ogni certosa il numero dei padri era fissato a 12 o 13, quello dei fratelli a 16. [2] Statuti dell’Ordine certosino, 1.3.4 e 2.11.4.
[3]
Ibidem, 3.21.1.
[4]
Ibidem, 2.11.1.
[5]
Ibidem.
[6]
Ibidem, 2.11.5.
[7]
Ibidem, 1.3.5.
[8]
Ibidem. [9] Ibidem, 1.10.13. [10] Sancti Hugonis vita, II, 3. PL 153, 956. [11] Antiqua Statuta, II Pars, XXII, 15. [12] Lettera di San Bruno a Rodolfo il Verde, 4-5. Vedi appendice. [13] Capitoli generali del 1898, 1904, 1906 e 1908. [14] Statuti dell’Ordine certosino, 1.5.2. [15] Dionigi, Opera omnia, Tournai, 1912, XLI, 625. [16] Statuti dell’Ordine certosino, 1.5.3. [17] Ibidem, 1.1.4. [18] Ibidem, 1.4.2. [19] Statuti dell’Ordine certosino, 2.15.18. [20] Lettera di San Bruno ai suoi figli di Certosa, 3. Vedi appendice. [21] Ibidem. [22] Titolo funebre dei suoi figli di Calabria. Fratelli nel deserto, Edizioni Qiqajon, pag. 299, nota 1. [23] Statuti dell’Ordine certosino, 1.3.6 e 2.11.7. [24] Ibidem 3.23.5 – Cf. Lc 22,27. [25] Guigo Certosino, Meditazioni nel silenzio, Il leone verde, N° 346. [26] Statuti dell’Ordine certosino, 4.33.6. [27] dignior pars – Cosuetudini di Certosa, Prologo, 4. [28] Paolo VI, Lettera Optimam partem al R.P. Dom André Poisson, 18 aprile 1971. [29] Quest’uso risale ai primi secoli dell’Ordine: i libri di canto erano lunghi a trascriversi e costosi, così si imparava a memoria gran parte dell’ufficio. Un’ordinanza del Capitolo Generale del 1340 parla di un lettorio posto in mezzo alla chiesa a cui i monaci andavano a cantare, su un antifonario comune, le parti che non si sapevano a memoria.
[30]
Lc 12,36.
[31]
Jacques Chevalier,
Cadences, Paris, Plon, 1939, p.163. [32] Statuti dell’Ordine certosino, 1.10.10. [33] Consuetudini di Certosa, 29,1 & 3. [34] Paolo VI, Lettera Optimam partem al R.P. Dom André Poisson, 18 aprile 1971. [35] Statuti dell’Ordine certosino, 6.41.2 e 3.21.8. [36] Nudos amat eremus. Lettera di san Girolamo a Eliodoro (PL 22, 348). [37] Prologo dell’antifonario certosino. Questo testo si trova in un antifonario del secolo XIV, proveniente dalla certosa di Liget (Loches, ms 3, f°9). [38] Statuti dell’Ordine certosino, 7.52.1 e 7.52.25.
[39]
Annales Ordinis Cartusiensis,
VI, 543. [40] Statuti dell’Ordine certosino, 6.41.4. [41] Cf. Statuti dell’Ordine certosino, 3.21.15; 4.34.5 e 4.35.8. [42] Statuti dell’Ordine Certosino, 0.1.1.
[43]
Mt 4,18-22; 9,9.
[44]
Mt 19,21.
[45]
Sal 71,5; 94,18; 73,26.
[46]
Os 2,16.
[47]
cf Mt 17,1s. [48] Mt 22,37. [49] Lettera a Rodolfo il Verde, 16. Vedi appendice. [50] Statuti dell’Ordine Certosino, 1.9.5. [51] Ibidem, 1.9.3. [52] Consuetudini di Certosa, 80,7. [53] Disciplina Ordinis Cartusiensis, p. 114. [54] Statuti dell’Ordine Certosino, 1.8.2s. [55] Mt 6,33. [56] Le pagine seguenti fanno largo riferimento al capitolo 36 degli Statuti dell’Ordine Certosino, che contiene la descrizione dei riti della vita certosina. La formazione dei donati comporta un postulato da tre mesi ad un anno, un noviziato di due anni, e cinque anni di donazione temporanea. Al termine di questo periodo si presentano due possibilità: fare la donazione perpetua, oppure scegliere di rinnovare la donazione temporanea ogni tre anni. [57] Di fatto una votazione simile accompagna anche tutte le tappe di iniziazione e altri momenti importanti della vita certosina, perché tutti i monaci possano in piena libertà dare il loro parere. [58] Qui si indica la durata del tempo per cui si fa professione, se temporanea, o si dice «perpetua», se solenne. [59] Statuti dell’Ordine Certosino, 10.9 e 18.10; Cf. Consuetudini di Certosa, 23,1 (cfr. RB, 58). [60] Cosuetudini di Certosa, 25,1. [61] Mc 10,45. [62] L’abito dei fratelli donati è uguale a quello degli altri monaci, ma senza le bande laterali, perchè non emettono i voti. [63] Dom P. Sutor, De vita cartusiana, 1522, lib. I, Tr. III, cap. V, fol. 39. [64] Statuti dell’Ordine Certosino, 1.3.1 & 2.11.2. [65] Ibidem, 1.3.9. Questa frase degli Statuti s’inspira direttamente ai testi del Concilio Vaticano II: Decreto sulla vita religiosa, Perfectae Caritatis, 7; Decreto Christus Dominus, 35,1. [66] Ibidem, 0.2.3 & 11.
[67] Esortazione Venite
seorsum sulla vita contemplativa e la clausura delle monache, I.
Verbi Sponsa, 3. [68] Giacobbe (Gen 32,23-33) – Elia (1 Re 17,2-6;19,3-18) – Eliseo (2 Re 4,8-11) – Giovanni Battista (Lc 1,80). Cf. Consuetudini di Certosa, 80,5.6.9. [69] Mt 4,1; 14,13.23; 27,46 – Mc 1,35; 6,31 – Lc 5,16; 6,12 – Cf. Consuetudini, 80,10. [70] Statuti dell’Ordine Certosino, 1.4.1. [71] Lettera d’oro, 29. [72] Statuti dell’Ordine Certosino, 2.14.1. [73] Ibidem. [74] Diadoco di Fotica, nella Filocalia, p. [75] Conferenze di Cassiano, I, par. 7. [76] Statuti dell’Ordine Certosino, 0.1.4. [77] Gv 13,34-35. [78] 1 Gv 4,7-8.12.16.21. [79] Statuti dell’Ordine Certosino, 3.22.13 & 4.33.4. [80] Sal 132. [81] Statuti dell’Ordine Certosino, 1.3.2 & 1.4.1. [82] Statuti dell’Ordine Certosino, 3.28.9. [83] Apoftegma di san Sincletico, 16. [84] Lettera di San Bruno a Rodolfo il Verde, 6 & 16. Vedi appendice. [85] Lc 1,34.
[86] 2
Cor 4,7.
[87] Gv
6,29.
[88] Gv
14,6.
[89] At
4,12.
[90] 1
Gv 1,1.
[91] Mt
11,25s. [92] Statuti dell’Ordine Certosino, 2.14.1; 1.4.2; 1.3.2.
[93] Mt
4,1; Lc 10,21; Rm 8,26.14; Gal 4,6.
[94] Cf
Lc 10,42.
[95]
Speculum christianæ perfectionis,
cap. 30, in Opera omnia, IV, 300. [96] Statuti dell’Ordine Certosino, 1.5.7. [97] Titolo funebre della Certosa di Calabria. [98] Lettera di San Bruno alla comunità di Certosa, 1 & 2. Vedi appendice. [99] Lettera sulla vita solitaria, 2. S.C. 88, p. 143. [100] Ducis, Lettera a Deleyre. [101] Discorso di Giovanni Paolo II a Serra San Bruno, 5 ottobre 1984. Vedi appendice. [102] Gv 14,27; 20,19.
[103]
Confessio theologica, in Un Maître de la
vie spirituelle au XIe siècle, Jean de Fecamp, Paris, Vrin, 1946,
p.182. [104] Statuti dell’Ordine Certosino, 2.13.15 – Basilio di Ancira, De Virginitate, PG 30,765. [105] Statuti dell’Ordine Certosino, 4.34.1s. [106] Rm 12,5; 1 Cor 12,26. [107] Concilio Vaticano II: Decreto sulla vita religiosa, Perfectae Caritatis, 7. [108] Statuti dell’Ordine Certosino, 9.65 [109] Rm 8,34; Eb 7,25. [110] Giovanni Paolo II alla Certosa di Serra San Bruno, 5 ottobre 1984. Vedi appendice. [111] Statuti dell’Ordine Certosino, 4.34.1 & 3. [112] Giovanni Paolo II al R.P. Dom André Poisson, 14 maggio 1984. Vedi appendice. [113] Rm 11,36. [114] Consuetudini di Certosa, 20.4. [115] Concilio Vaticano II: Decreto sulla vita religiosa, Perfectae Caritatis, 7 – C.D.C., can. 674.
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